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  • Ares Atelier: il rilancio della supercar artigianale modenese

    Ares Atelier: il rilancio della supercar artigianale modenese

    Dopo le difficoltà che avevano portato alla liquidazione giudiziale, il marchio modenese Ares riparte con un nuovo nome, una nuova proprietà e un ambizioso piano industriale. La S1 torna in una versione evoluta, mentre la Panther si prepara a stupire gli appassionati.

    Il mondo delle supercar su misura, quello dove il cliente è co-creatore e ogni dettaglio viene cucito su misura, ha una nuova speranza. Ares Atelier, il marchio specializzato nella realizzazione di vetture ultra-esclusive, ha ufficialmente riaperto i battenti, segnando l’inizio di un nuovo capitolo nella sua storia .

    Un rilancio sostenuto da una nuova proprietà

    La rinascita di Ares è stata resa possibile dall’ingresso di nuovi investitori. A guidare l’operazione è il Proma Group , un’azienda campana con un fatturato di 1,1 miliardi di euro, 25 stabilimenti nel mondo e 5.000 dipendenti, specializzata nella produzione di componenti per l’automotive come sedili e sospensioni . Conosciuto per aver già salvato la tedesca Recaro, Proma Group è diventato azionista di maggioranza del marchio modenese, affiancato dall’investitore indipendente italo-svizzero Boris Collardi .

    La nuova compagine societaria ha l’obiettivo di garantire stabilità, risorse e una chiara prospettiva industriale di lungo periodo, senza però allontanarsi dall’identità originaria del brand . La sede resta saldamente a Modena, nel cuore della Motor Valley, a preservare il legame con un territorio che rappresenta un vantaggio competitivo in termini di competenze tecniche e tradizione .

    La nuova guida e la strategia

    Alla guida operativa di Ares Atelier è stato chiamato Antonio Trotta nel ruolo di general manager . Con una lunga esperienza maturata in Ferrari e in Bosch, Trotta rappresenta la scelta giusta per traghettare il marchio da una dimensione prevalentemente artigianale a una struttura industriale più solida e organizzata .

    La strategia è chiara: il marchio non vuole più essere solo un laboratorio di stile, ma un atelier automobilistico contemporaneo capace di unire cultura artigianale, gestione industriale e ambizione globale . Il progetto si fonda su quattro pilastri: design su misura, ingegneria avanzata, artigianalità e co-creazione con il cliente . Un’auto bespoke, insomma, che non è solo un mezzo di trasporto, ma un’esperienza di costruzione personale e un pezzo unico .

    S1 e Panther: i modelli del rilancio

    Il primo e più importante manifesto di questa nuova fase è la Ares S1, presentata al grande pubblico nella sua versione evoluta Model Year 2026 in occasione del MIMO, il Milano Monza Motor Show del 2026 .

    La S1 si evolve

    La nuova S1 non stravolge il suo linguaggio formale, ma introduce un importante aggiornamento tecnico e stilistico . Gli interventi hanno riguardato in particolare il sistema di illuminazione e una più profonda integrazione tra le superfici aerodinamiche e gli elementi funzionali . Un’evoluzione che mostra come, nel segmento bespoke, il design non sia più solo una questione estetica, ma diventi una componente tecnica legata all’efficienza e alla riconoscibilità del prodotto .

    Il design, sviluppato dal Centro Stile Ares, mantiene le linee che hanno reso celebre la vettura: un frontale corto e scolpito, un abitacolo avanzato e un parabrezza avvolgente .

    Panther: il modello da svelare

    Oltre alla S1, il piano di rilancio di Ares Atelier include il modello Panther . La supercar artigianale, che negli anni passati aveva già fatto parlare di sé come “Panther ProgettoUno”, tornerà a essere protagonista, sebbene i dettagli sul suo sviluppo e sulle caratteristiche definitive non siano ancora stati resi noti .

    Una presenza internazionale

    Per consolidare il suo posizionamento nel lusso e nell’unicità, Ares Atelier ha scelto di farsi vedere ai principali eventi del settore . Il primo appuntamento è stato il Gran Premio di Monaco di Formula 1, una vetrina ideale per il marchio, che ha accolto clienti, collezionisti e stakeholder in spazi riservati tra la Rocca e l’area del Beau Rivage . L’obiettivo è quello di rafforzare i legami con la propria clientela di riferimento e di mostrare al mondo la nuova identità del marchio .

  • Dazi sulle auto importate negli USA: quali conseguenze per il mercato globale e l’Italia?

    Dazi sulle auto importate negli USA: quali conseguenze per il mercato globale e l’Italia?

    Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per introdurre dazi permanenti del 25% sulle auto importate negli Stati Uniti, una mossa che potrebbe avere ripercussioni su centinaia di miliardi di dollari di scambi commerciali.

    Convinto di poter incassare oltre mille miliardi grazie a queste nuove tariffe, il presidente americano deve però valutare attentamente le possibili conseguenze: ritorsioni commerciali, inflazione, interruzioni nelle catene di approvvigionamento e, paradossalmente, un calo delle stesse importazioni che intende tassare.


    Infatti gli USA siano legati economicamente ai loro partner internazionali, prima ancora che politicamente, ma la mossa è una pedina importante delle politiche economiche di Trump che puntano ad abbassare i tassi di interesse, stimolando la produzione e razionalizzando le spese per compensare un debito andato fuori controllo con la precedente amministrazione.

    Messico, Canada e Germania: i principali fornitori di auto per gli USA

    Secondo i dati del Dipartimento del Commercio USA, nel 2024 il Messico è stato il principale esportatore di auto verso gli Stati Uniti, con 78,5 miliardi di dollari di valore e quasi 3 milioni di veicoli spediti. Al secondo posto c’è il Giappone (39,7 miliardi, 1,4 milioni di auto), seguito da Corea del Sud (36,6 miliardi, 1,5 milioni) e Canada (31,2 miliardi, 1 milione).

    Un caso particolare è quello della Germania, che pur esportando solo 446.566 veicoli, ha raggiunto un valore di 24,8 miliardi di dollari, con un prezzo medio per auto di oltre 55.600$ – quasi il doppio rispetto agli altri Paesi. Questo perché la Germania si concentra su modelli di lusso e alta gamma.

    Produzione in Nord America: un vantaggio per molti marchi

    Va notato che molte auto vendute negli USA, anche da case automobilistiche americane, sono prodotte in Messico e Canada, dove i costi di produzione sono più bassi e il trasporto verso gli Stati Uniti è economico. Tuttavia, con la fine delle agevolazioni doganali e l’introduzione di nuovi dazi, questo vantaggio potrebbe ridursi, stimolando i produttori a riportare la produzione negli Stati Uniti, magari riuscendo a rivitalizzare città come Detroit che hanno subito grossi contraccolpi economici dallo spostamento della produzione automobilistica.

    Allo stesso tempo, diversi produttori stranieri – come Honda, Toyota, BMW e Volkswagen – hanno stabilimenti negli USA e spesso esportano auto “Made in USA” in tutto il mondo, dimostrando quanto il mercato automobilistico sia ormai globale e interconnesso.

    L’impatto sull’Italia: componentistica e auto di lusso a rischio

    L’Italia, pur non essendo tra i principali esportatori di auto verso gli USA, risente comunque delle nuove tariffe per due motivi:

    1. La filiera della componentistica – Molte parti delle auto tedesche (BMW, Mercedes, Volkswagen) sono prodotte in Italia, tanto che fino al 30% di un’auto assemblata in Germania può avere componenti italiani. La Germania, infatti, assorbe quasi il 20% della produzione italiana del settore. Con i dazi sulle componenti (in vigore dal 2 aprile), l’industria italiana subirà un doppio colpo: diretto (per le esportazioni) e indiretto (per il calo della domanda tedesca).
    2. Le auto di lusso della Motor Valley – Gli USA sono il primo mercato extra-UE per l’Italia, con 65 miliardi di export nel 2023. Tra i settori più importanti ci sono macchinari industriali (12,8 miliardi) e mezzi di trasporto (7,9 miliardi), che includono anche auto di alta gamma. Modena e Bologna (sedi di Ferrari e Lamborghini) da sole esportano 2,6 miliardi di euro in auto verso gli USA, il 75% del totale del settore.

    Sebbene chi compra una Ferrari o una Lamborghini possa permettersi un rincaro, l’aumento dei costi potrebbe comunque frenare le vendite, danneggiando un comparto che per l’Italia rappresenta eccellenza e prestigio internazionale, magari spingendo l’acquirente a scegliere una sportiva a stelle e strisce come una Corvette a una prestigiosa auto europea.

    Conclusioni: una guerra commerciale con effetti a catena

    La decisione di Trump rischia di innescare una nuova guerra commerciale, con ripercussioni non solo sui Paesi esportatori, ma anche sulle stesse case automobilistiche americane e sulle filiere globali. L’Italia, pur non essendo in prima linea, potrebbe subire danni significativi, sia per la componentistica che per il lusso automobilistico, settori in cui il Made in Italy è leader mondiale.

    Con l’aumento dei dazi e possibili ritorsioni, il mercato automobilistico globale potrebbe trovarsi di fronte a una nuova era di protezionismo, con costi più alti per produttori e consumatori, e l’andamento fiacco in borsa dei titoli automotive, con il valore delle azioni che già scontavano i problemi dell’adozione forzata dell’elettrico si troveranno a fronteggiare anche le mancate vendite della politica dei dazi che potrebbero travolgerle.

    E all’orizzonte la soluzione che si prospetta in Europa è pure più preoccupante, visto che si pensa a un piano di riarmo europeo come strumento per far funzionare le fabbriche automobilistiche, principalmente tedesche, in difficoltà.