BYD continua la sua offensiva nel Vecchio Continente e lo fa con un’arma che non lascia spazio a mezze misure. Il gruppo cinese ha infatti lanciato in Europa, con il primo debutto ufficiale nel Regno Unito, il Denza Bao 5, un fuoristrada di lusso che punta dritto al cuore di un mercato dominato da nomi sacri come Land Rover Defender, Toyota Land Cruiser e Ineos Grenadier . Per chi segue il mercato cinese, questo nome non è nuovo: in patria, il modello è già un successo e viene venduto con il marchio Fangchengbao (Leopard 5) . Ora, però, arriva in Europa con un’identità più semplice e ambiziosa, pronta a stupire.
Un prezzo da “ammiraglia” per sfidare i giganti
La strategia di Denza è chiara e coraggiosa. A differenza di altri marchi cinesi che puntano tutto sul prezzo aggressivo, il Bao 5 arriva con un listino che lo mette alla pari con i suoi rivali più illustri . Nel Regno Unito, i prezzi partono da £69.500 per la versione Elegance e arrivano a £78.880 per la Ultimate . Per intenderci, il Defender 110 plug-in hybrid parte da circa £72.000 . Con questa mossa, Denza lancia una sfida diretta, puntando tutto sulla tecnologia e sulle dotazioni per convincere gli acquirenti più esigenti .
Cuore PHEV da 536 CV: potenza senza compromessi
Sotto il cofano, il Bao 5 nasconde un gioiello di ingegneria. La piattaforma è la DMO (Dual Mode Off-road), un’architettura dedicata al fuoristrada con telaio a longheroni (body-on-frame) che condivide con il pick-up BYD Shark 6 . La particolarità? Il motore endotermico, un 1.5 turbo a quattro cilindri da 148 CV, è montato longitudinalmente, una soluzione inedita per un plug-in hybrid .
Ma la vera forza del Bao 5 è il sistema ibrido. Il piccolo motore a benzina lavora in simbiosi con due potenti motori elettrici (uno per asse) per generare una potenza combinata di ben 536 CV e 760 Nm di coppia . Il risultato è uno scatto da 0 a 100 km/h in soli 4.8 secondi per la versione Elegance, un tempo da supercar per un fuoristrada di quasi tre tonnellate . La velocità massima è limitata elettronicamente a 180 km/h .
La batteria Blade LFP da 31,8 kWh garantisce un’autonomia in elettrico di 90 km nel ciclo WLTP, con un’autonomia combinata che supera gli 860 km . La ricarica DC è veloce: si passa dal 30 all’80% in soli 16 minuti a 100 kW .
Un fuoristrada vero: tre differenziali e sospensioni intelligenti
Il Denza Bao 5 non è solo un SUV appariscente, ma un fuoristrada con le carte in regola per affrontare i percorsi più estremi. Il suo arsenale include tre differenziali autobloccanti (anteriore, posteriore e centrale) per garantire la trazione in ogni condizione . Ma il vero fiore all’occhiello è il sistema di sospensioni idrauliche DiSus-P , un’esclusiva BYD . Grazie a 20 sensori, questa tecnologia regola l’altezza da terra in un intervallo di 140 mm , portando il Bao 5 a toccare terra con un’impressionante luce a terra di 310 mm. Questo gli conferisce angoli di attacco e di uscita di 39° e 34° , superiori a quelli del Defender, rendendolo un avversario temibile sul fuoristrada più duro .
Interni da ammiraglia: tecnologia e lusso
L’abitacolo del Bao 5 è un concentrato di tecnologia e lusso. La plancia è dominata da ben quattro schermi: un quadro strumenti digitale da 12.3 pollici, un head-up display, un display centrale da 15.6 pollici per l’infotainment (con Google integrato) e un monitor dedicato al passeggero anteriore .
Tra i dettagli più esclusivi spicca il vano portaoggetti centrale da 4.5 litri, che può funzionare come frigorifero (fino a -6°C) o come scaldabibite (fino a 50°C), controllabile anche tramite app . L’impianto audio è firmato Devialet, con fino a 18 altoparlanti, mentre i sedili sono riscaldabili, ventilati e dotati di funzione massaggio .
Dopo le difficoltà che avevano portato alla liquidazione giudiziale, il marchio modenese Ares riparte con un nuovo nome, una nuova proprietà e un ambizioso piano industriale. La S1 torna in una versione evoluta, mentre la Panther si prepara a stupire gli appassionati.
Il mondo delle supercar su misura, quello dove il cliente è co-creatore e ogni dettaglio viene cucito su misura, ha una nuova speranza. Ares Atelier, il marchio specializzato nella realizzazione di vetture ultra-esclusive, ha ufficialmente riaperto i battenti, segnando l’inizio di un nuovo capitolo nella sua storia .
Un rilancio sostenuto da una nuova proprietà
La rinascita di Ares è stata resa possibile dall’ingresso di nuovi investitori. A guidare l’operazione è il Proma Group, un’azienda campana con un fatturato di 1,1 miliardi di euro, 25 stabilimenti nel mondo e 5.000 dipendenti, specializzata nella produzione di componenti per l’automotive come sedili e sospensioni . Conosciuto per aver già salvato la tedesca Recaro, Proma Group è diventato azionista di maggioranza del marchio modenese, affiancato dall’investitore indipendente italo-svizzero Boris Collardi .
La nuova compagine societaria ha l’obiettivo di garantire stabilità, risorse e una chiara prospettiva industriale di lungo periodo, senza però allontanarsi dall’identità originaria del brand . La sede resta saldamente a Modena, nel cuore della Motor Valley, a preservare il legame con un territorio che rappresenta un vantaggio competitivo in termini di competenze tecniche e tradizione .
La nuova guida e la strategia
Alla guida operativa di Ares Atelier è stato chiamato Antonio Trotta nel ruolo di general manager . Con una lunga esperienza maturata in Ferrari e in Bosch, Trotta rappresenta la scelta giusta per traghettare il marchio da una dimensione prevalentemente artigianale a una struttura industriale più solida e organizzata .
La strategia è chiara: il marchio non vuole più essere solo un laboratorio di stile, ma un atelier automobilistico contemporaneo capace di unire cultura artigianale, gestione industriale e ambizione globale . Il progetto si fonda su quattro pilastri: design su misura, ingegneria avanzata, artigianalità e co-creazione con il cliente . Un’auto bespoke, insomma, che non è solo un mezzo di trasporto, ma un’esperienza di costruzione personale e un pezzo unico .
S1 e Panther: i modelli del rilancio
Il primo e più importante manifesto di questa nuova fase è la Ares S1, presentata al grande pubblico nella sua versione evoluta Model Year 2026 in occasione del MIMO, il Milano Monza Motor Show del 2026 .
La S1 si evolve
La nuova S1 non stravolge il suo linguaggio formale, ma introduce un importante aggiornamento tecnico e stilistico . Gli interventi hanno riguardato in particolare il sistema di illuminazione e una più profonda integrazione tra le superfici aerodinamiche e gli elementi funzionali . Un’evoluzione che mostra come, nel segmento bespoke, il design non sia più solo una questione estetica, ma diventi una componente tecnica legata all’efficienza e alla riconoscibilità del prodotto .
Il design, sviluppato dal Centro Stile Ares, mantiene le linee che hanno reso celebre la vettura: un frontale corto e scolpito, un abitacolo avanzato e un parabrezza avvolgente .
Panther: il modello da svelare
Oltre alla S1, il piano di rilancio di Ares Atelier include il modello Panther. La supercar artigianale, che negli anni passati aveva già fatto parlare di sé come “Panther ProgettoUno”, tornerà a essere protagonista, sebbene i dettagli sul suo sviluppo e sulle caratteristiche definitive non siano ancora stati resi noti .
Una presenza internazionale
Per consolidare il suo posizionamento nel lusso e nell’unicità, Ares Atelier ha scelto di farsi vedere ai principali eventi del settore . Il primo appuntamento è stato il Gran Premio di Monaco di Formula 1, una vetrina ideale per il marchio, che ha accolto clienti, collezionisti e stakeholder in spazi riservati tra la Rocca e l’area del Beau Rivage . L’obiettivo è quello di rafforzare i legami con la propria clientela di riferimento e di mostrare al mondo la nuova identità del marchio .
Dopo il successo di OMODA e JAECOO, il colosso cinese raddoppia la sua presenza in Italia. Al Milano Monza Motor Show 2026 debutta la strategia multimarca del gruppo, con l’arrivo dei SUV plug-in Chery Tiggo 8 e Tiggo 9, delle eleganti Lepas L6 e L8, e dell’imponente fuoristrada iCAUR V27, previsto per il 2027.
La presenza del Gruppo Chery al MIMO 2026, in programma all’Autodromo di Monza dal 26 al 28 giugno, non è stata una semplice vetrina. È stata la dimostrazione di una strategia ben precisa: conquistare il mercato italiano non con un singolo marchio, ma con una flotta articolata capace di coprire diversi segmenti e fasce di prezzo . Dopo l’ingresso di OMODA e JAECOO nel 2024, che nei primi cinque mesi del 2026 ha già superato le 17.300 immatricolazioni con una quota di mercato del 2,70% , il gruppo cinese ha ufficialmente dato il via alla sua espansione multimarca .
Lo stand unico ha ospitato per la prima volta in Italia i marchi Chery, Lepas e iCAUR, affiancati ai consolidati OMODA e JAECOO, delineando una roadmap precisa per i prossimi anni. L’obiettivo dichiarato dal Business Director Chery Italy, Nicola Marsala, è quello di far conoscere e provare le nuove gamme, costruite attorno a motorizzazioni elettrificate e a un’offerta differenziata per esigenze e budget .
Chery: il marchio omonimo si presenta con i SUV Tiggo 8 e Tiggo 9
Il brand che dà il nome al gruppo farà il suo debutto commerciale in Italia tra il terzo e il quarto trimestre del 2026 con due SUV plug-in hybrid: i Chery Tiggo 8 PHEV e Tiggo 9 PHEV .
Chery Tiggo 9 PHEV: l’ammiraglia a 7 posti
È il SUV di punta della nuova offensiva. Con i suoi 4,81 metri di lunghezza e la configurazione a sette posti (2+3+2), è pensato per le famiglie numerose che cercano spazio, comfort e tecnologia senza rinunciare alle prestazioni . Il sistema Super Hybrid abbina un motore 1.5 TGDi a tre unità elettriche per una potenza complessiva di 428 CV e 580 Nm di coppia. La trazione è integrale e permette uno scatto da 0 a 100 km/h in soli 5,8 secondi .
L’abitacolo è un concentrato di lusso tecnologico: display centrale da 16 pollici, head-up display con realtà aumentata, impianto audio SONY con 14 altoparlanti, sedili anteriori ventilati, riscaldati e con funzione massaggio, fino a 10 airbag . Un’auto che si candida a competere con le migliori SUV europee del segmento.
Chery Tiggo 8 PHEV: il SUV familiare
Più compatto ma altrettanto interessante, il Tiggo 8 PHEV misura 4,72 metri e sviluppa 279 CV grazie allo stesso sistema Super Hybrid. La trazione è anteriore e l’accelerazione 0-100 km/h è coperta in 8,4 secondi . La batteria da 18,4 kWh garantisce un’ottima autonomia in modalità elettrica per l’uso quotidiano. La dotazione è completa: display da 15,6 pollici, head-up display, telecamera a 540 gradi, impianto audio SONY e un ricco pacchetto ADAS .
Lepas: eleganza e design italiano per i SUV plug-in
Il marchio Lepas, il cui nome fonde “Leap” e “Passion”, debutta in Italia con una filosofia legata alle élite urbane moderne e a un design che ha già fatto parlare di sé, presentato al Salone Auto Torino 2025 e alla Milano Design Week 2026 .
Lepas L8: la prima ammiraglia, ordinabile da luglio
La Lepas L8 è il primo modello ad arrivare sul mercato. Con i suoi 4,69 metri di lunghezza, un passo di 2,80 metri e un bagagliaio da 507 litri, è un SUV plug-in pensato per chi cerca spazio, stile e tecnologia . Il powertrain Super Hybrid eroga 279 CV, con un’accelerazione 0-100 km/h in 7,9 secondi e un’autonomia complessiva dichiarata di oltre 1.000 km . La batteria da 18,4 kWh permette di percorrere fino a 90 km in modalità 100% elettrica .
Disponibile da luglio 2026, la Lepas L8 parte da un prezzo di 41.700 euro per l’allestimento Essence e sale a 44.700 per la versione Elegance, che aggiunge cerchi da 20″, tetto panoramico, sedili in ecopelle riscaldati, ventilati e massaggianti, e impianto audio SONY . La garanzia è di 7 anni o 150.000 km, con 8 anni per la batteria .
Lepas L6 e L4: la gamma si allarga
Entro la fine del 2026 arriverà la Lepas L6, un SUV compatto da 4,55 metri con lo stesso powertrain da 279 CV, pensato per un pubblico più giovane e attento al design . Le prestazioni dichiarate sono simili alla L8: 0-100 in 7,9 secondi, autonomia fino a 1.200 km . I consumi WLTP sono di soli 2,4 l/100 km con emissioni di CO₂ di 50 g/km . In seguito, è prevista anche la più compatta L4 per completare la gamma .
iCAUR: il fuoristrada del futuro arriva nel 2027
Il brand iCAUR è forse il più atteso e rappresenta il progetto più ambizioso del gruppo. È dedicato a SUV elettrificati con un’anima off-road, ispirati ai grandi classici del fuoristrada come il Defender o la Classe G .
iCAUR V27: oltre 5 metri, 455 CV e 1.000 km di autonomia
Il primo modello, l’iCAUR V27, è stato uno dei protagonisti del MIMO e sarà commercializzato in Italia nel primo trimestre del 2027 . Si tratta di un SUV imponente: oltre 5 metri di lunghezza, 1,98 metri di larghezza e 1,89 metri di altezza . Il design squadrato, la ruota di scorta esterna e le linee robuste richiamano i grandi fuoristrada del passato, ma la tecnologia è all’avanguardia .
Il cuore pulsante è il sistema REEV (Range Extender Electric Vehicle), che abbina un motore 1.5 TGDi turbo benzina, utilizzato esclusivamente come generatore, a due motori elettrici, uno per asse. La potenza complessiva raggiunge i 455 CV con 505 Nm di coppia, permettendo un’accelerazione 0-100 km/h in 5,9 secondi . La batteria da 34,5 kWh (LFP CATL) garantisce un’autonomia in modalità elettrica di circa 150 km, mentre quella complessiva supera i 1.000 km .
Le dotazioni sono al top: cerchi da 21″, fari Matrix Full LED, display centrale da 15,4 pollici 3K, Head-Up Display con realtà aumentata, impianto audio Pioneer a 15 altoparlanti e fino a 10 airbag . Per i veri appassionati di fuoristrada, il V27 offre 224 mm di altezza da terra, 600 mm di capacità di guado, angolo d’attacco di 24° e di uscita di 23° . La trazione integrale i-AWD, sviluppata da un team con esperienza motorsport, promette stabilità e controllo su ogni terreno . Se i prezzi cinesi (da 24.000 a 30.000 euro) verranno confermati anche in Europa, l’iCAUR V27 potrebbe diventare un’alternativa molto interessante ai costosi fuoristrada europei .
Un piano per tutti i gusti
Con questa strategia a quattro marchi, Chery punta a coprire l’intero spettro del mercato SUV elettrificato. OMODA e JAECOO fanno da base con una gamma consolidata, Chery si posiziona sul segmento dei SUV familiari plug-in, Lepas strizza l’occhio al design e all’eleganza, mentre iCAUR si rivolge a chi cerca un fuoristrada capace e tecnologicamente avanzato. Il 2026 e il 2027 si annunciano anni caldi per il mercato automobilistico italiano, con l’offensiva cinese che si fa sempre più articolata e, potenzialmente, irresistibile.
Cari lettori, segnatevi questa data: autunno 2026. Dopo cinque lunghi anni di silenzio, uno dei nomi più iconici del fuoristrada mondiale sta per tornare.
Mitsubishi ha ufficialmente confermato il ritorno della Pajero. Non è un rumor, non è un’illusione ottica: la quinta generazione del celebre fuoristrada giapponese sarà presentata globalmente nei prossimi mesi .
Ma la notizia non si ferma qui. Secondo le prime indiscrezioni, Mitsubishi non si limiterà a lanciare un semplice modello: la Pajero potrebbe diventare un vero e proprio sub-brand, sulla falsariga di quanto Toyota fa con Land Cruiser, con più varianti e allestimenti dedicati a diversi tipi di clientela .
Vediamo tutti i dettagli.
Un mito lungo 40 anni (e 3,25 milioni di esemplari)
Prima di parlare del futuro, vale la pena ricordare cosa rappresenti la Pajero per la storia dell’automotive.
Nata nel 1982, la Pajero (chiamata Montero in Nord America e Spagna, Shogun nel Regno Unito) ha dominato per quattro decenni il segmento dei fuoristrada puri . Con oltre 3,25 milioni di unità vendute in più di 170 paesi, è stata l’ammiraglia del marchio giapponese .
Ma il suo vero biglietto da visita sono i 12 titoli alla Dakar, un record assoluto che parla da solo. Nessun altro costruttore ha vinto così tante volte il rally più duro del mondo. La Pajero Evolution, omologata per la competizione, è ancora oggi un mito tra gli appassionati .
L’ultima generazione è uscita di scena nel 2021, dopo 40 anni di onorata carriera, lasciando un vuoto che Mitsubishi ha cercato di colmare con il Pajero Sport (basato sul pick-up L200). Ma non era la stessa cosa. I puristi attendevano il vero ritorno. Ed eccolo.
La nuova Pajero: torna il telaio a longheroni
La grande notizia tecnica è che la nuova Pajero tornerà alle origini. Dopo due generazioni con soluzioni ibride (telaio integrato ma con longheroni), Mitsubishi ha deciso di recuperare il telaio a longheroni del pick-up Triton (da noi conosciuto come L200) .
Cosa significa? Significa che la nuova Pajero sarà un fuoristrada puro, con una struttura robustissima pensata per sopportare le sollecitazioni più estreme. Non un SUV da città con la pretesa di fare off-road, ma un vero 4×4 con:
Telaio separato: resistente e riparabile
Trazione integrale Super Select II: il sistema di Mitsubishi che permette di inserire la 4WD anche su asfalto
Riduttori e differenziali: per affrontare pendenze e terreni impossibili
Non sarà però un semplice “L200 con la carrozzeria chiusa”. Mitsubishi ha dichiarato che la nuova Pajero avrà uno sviluppo dedicato per cabina e sospensioni, sia anteriori che posteriori, per garantire un comfort su strada degno di un’ammiraglia .
Il motore: il 2.4 turbodiesel 4N16
Sotto il cofano, la nuova Pajero dovrebbe ereditare il collaudato 2.4 litri turbodiesel 4 cilindri 4N16 del Triton, proposto in due varianti di potenza :
Versione
Potenza
Coppia
Single Turbo
184 CV
430 Nm
Twin Turbo
204 CV
470 Nm
Il cambio dovrebbe essere un automatico a 6 rapporti (o forse 8, secondo alcune fonti), abbinato alla trazione integrale Super Select II .
E non finisce qui. Secondo alcune indiscrezioni, Mitsubishi starebbe sviluppando anche una versione Plugin Hybrid (PHEV) , forte dell’esperienza maturata con la Outlander. Si parla di una potenza complessiva intorno ai 306-400 CV e di un’autonomia in elettrico fino a 85 km. Una mossa che consentirebbe alla Pajero di competere anche in Europa, dove i motori puramente diesel sono sempre più osteggiati dai limiti ambientali.
Il design: teaser e prime immagini
Mitsubishi ha pubblicato un’unica immagine teaser, che basta però a far impazzire i fan.
La nuova Pajero avrà un frontale imponente, dominato da una firma luminosa a LED che richiama il linguaggio stilistico degli ultimi modelli del marchio (Eclipse Cross, Xforce). Un ampio listello luminoso attraversa tutta la calandra, spezzato al centro dal logo dei tre diamanti. Ai lati, due fari verticali a forma di “T” rovesciata .
Il look è massiccio, squadrato, muscoloso. Niente linee morbide o ibride: questa è una vera off-road, e si vede.
La strategia: un sub-brand alla Toyota Land Cruiser
E qui arriviamo alla parte più interessante, quella che potrebbe cambiare le regole del gioco.
Secondo le prime indiscrezioni provenienti dal Giappone, Mitsubishi vorrebbe trasformare Pajero in un sub-brand, esattamente come Toyota fa con Land Cruiser .
Cosa significa? Che non ci sarà una sola Pajero, ma una famiglia di modelli che porteranno il nome dell’iconico fuoristrada. Le prime voci parlano di tre diverse varianti:
Versione “dura e pura”: paraurti e passaruota in plastica grezza, interni spartani e lavabili, pensata per l’off-road estremo
Versione “confortevole”: più curata negli interni, con materiali pregiati e finiture eleganti, per chi vuole una Pajero da tutti i giorni
Versione “lusso”: interni in pelle, tecnologie avanzate, sospensioni adattive. Una sorta di “Range Rover giapponese”
In questo senso, la nuova Pajero andrà a posizionarsi sopra la Outlander nella gamma Mitsubishi, diventando il vero fiore all’occhiello del marchio .
Un ritorno anche in Europa? Forse sì (ma non è certo)
La domanda che tutti gli appassionati del Vecchio Continente si fanno è: arriverà in Europa?
La risposta al momento è: forse sì, ma con condizioni.
Il problema si chiama normativa antinquinamento. In Francia, ad esempio, il malus ecologico (la tassa sui veicoli più emissioni) potrebbe rendere proibitivo il prezzo di un diesel puro. Mitsubishi sta valutando la questione, e la versione PHEV potrebbe essere la soluzione per aggirare l’ostacolo.
Se arriverà, la Pajero sarà un concorrente diretto della Toyota Land Cruiser (con cui condividerà il segmento dei fuoristrada puri) e della nuova Nissan Patrol. Un trio nipponico che promette scintille.
Un destino già scritto: la produzione in Thailandia
La nuova Pajero sarà prodotta nello stabilimento Mitsubishi in Thailandia, sulla stessa linea del pick-up Triton . Una scelta logica, visto che il telaio a longheroni è condiviso.
Per i mercati nordamericani, si parla anche di una possibile produzione in joint-venture con Nissan negli Stati Uniti, per aggirare i dazi all’importazione . Ma sono ancora solo voci.
Cosa significa per il mercato? Il nostro giudizio
Il ritorno della Pajero è una notizia che scalda i cuori. In un’epoca in cui i SUV si somigliano tutti, con carrozzerie portanti e trazioni integrali “tappeto”, vedere un costruttore che scommette su un fuoristrada vero è quasi commovente.
La strategia del sub-brand, sul modello Land Cruiser, è intelligente. Permette di coprire più segmenti di mercato (dal purista al ricco cliente che vuole il lusso) con un unico nome forte, amato, riconoscibile.
Il problema, per noi europei, resta il motore. Un diesel puro nel 2026 è un’anomalia. Mitsubishi lo sa, e la versione PHEV potrebbe essere la chiave per aprire le porte del Vecchio Continente. Se arriverà con un’ottima autonomia elettrica e prestazioni convincenti, potrebbe diventare il fuoristrada dei sogni anche per chi vive in città.
Per ora, una cosa è certa: l’autunno 2026 sarà caldo. E noi non vediamo l’ora di metterci al volante.
L’Investor Day di Stellantis del 21 maggio 2026 ha scatenato un putiferio. Tra i fan del Biscione è bastata una slide per far partire un tam tam di voci su presunte “cancellazioni” e “addii” alle ammiraglie. Ma se scrostiamo la superficie della polemica, emerge una verità industriale molto chiara: Alfa Romeo sta compiendo una scelta coraggiosa e realistica per tornare a vincere in Europa.
Vediamo i dettagli della novità più chiacchierata: il nuovo SUV compatto che tutti chiamano “erede della Giulietta”.
Una nuova ammiraglia “compatta”: il C-SUV in arrivo nel 2027
Il cuore della strategia 2030 del Biscione si chiama nuovo SUV compatto di segmento C. Il posizionamento è chirurgico: andrà a colmare il vuoto lasciato tra la piccola Junior (segmento B) e la più matura Tonale.
Date chiave: L’arrivo è previsto per il 2027. Motori: Sarà multi-energia, quindi sia ibrido che full electric . Piattaforma: Poggerà sulla nuova e flessibile STLA One.
L’approccio è “pragmatico” secondo Stellantis . Invece di inseguire sogni globali nel segmento D (quello delle berline tradizionali), Alfa Romeo guarda il mercato reale: oggi in Europa la fetta più grossa della torta è quella dei SUV medi e piccoli .
Il ritorno del nome “Giulietta”? L’indizio che fa sognare
Qui arriva la parte più intrigante. Ufficialmente, Alfa Romeo non ha ancora deciso il nome. Ma durante l’Investor Day, i vertici hanno rilasciato una frase che non lascia spazio a dubbi sul carattere dell’auto.
Nella nota ufficiale si legge che il modello sarà “In continuità con icone come 147 e Giulietta” .
La macchina sarà una crossover, certo. Ma se il marchio decide di chiamarla Giulietta, avrà un impatto emotivo devastante sul pubblico. Significherebbe che Alfa Romeo non ha paura di “sporcare” i nomi sacri, ma anzi li adatta al presente: una Giulietta moderna, più alta, muscolosa, pronta a lottare nel segmento caldo del mercato .
Che fine fanno Giulia e Stelvio? Non sono morte, ma…
Ecco il punto che ha fatto arrabbiare molti. Nelle slide dell’Investor Day, le nuove generazioni di Giulia e Stelvio erano assenti . Questo ha fatto gridare alla “cancellazione”. La verità, emersa nei comunicati dei giorni successivi, è leggermente diversa: non sono cancellate, ma congelate.
Le attuali Giulia e Stelvio resteranno in produzione (con i gloriosi V6 Quadrifoglio) almeno fino al 2027. Il futuro? Alfa Romeo “sta studiando soluzioni per continuare a competere nel segmento D” .
In pratica, le ammiraglie non arriveranno prima del 2030. Per chi ama le berline classiche, sarà una lunga attesa. Ma è una scelta di sopravvivenza: meglio concentrare gli investimenti su ciò che vende oggi (il C-SUV) che affrettare un progetto ibrido/elettrico di segmento D in un mercato che forse non è ancora pronto .
Cosa ci aspetta: design e tecnologia
Le anticipazioni stilistiche parlano di un’auto aggressiva. Il frontale avrà un Trilobo tridimensionale scavato, fari a LED ridotti a linee sottili e un cofano muscoloso . I cerchi manterranno la tradizione “a petalo”, ma in chiave moderna.
Tecnologicamente, la piattaforma STLA One sarà un jolly. Stellantis ha promesso la possibilità di sterzo steer-by-wire (senza collegamento meccanico) , che permetterà agli ingegneri del Biscione di calibrare digitalmente quel “piacere di guida” che non può mancare su un’Alfa, anche condividendo la base con altri marchi del gruppo.
Un verdetto
Alfa Romeo ha scelto la via della concretezza. Addio ai proclami di sfida globale a BMW e Mercedes nel breve termine, benvenuti a una strategia da “marchio regionale europeo” che punta sui volumi del segmento C .
Questa scelta brucia per i puristi delle berline longitudinali, ma potrebbe rivelarsi l’unico modo per garantire un futuro al Biscione. Se la nuova “Giulietta” SUV avrà successo, porterà i soldi necessari per far tornare un giorno una vera Giulia. Se fallisce, rischiamo di assistere all’ultimo capitolo della storia del Biscione.
Per ora, una cosa è certa: il 2027 non è mai stato così atteso.
Era nell’aria da mesi, ma ora è ufficiale. Durante l’Investor Day tenutosi il 20 e 21 maggio 2026 ad Auburn Hills (Michigan), l’amministratore delegato Antonio Filosa ha svelato il nuovo piano strategico quinquennale: FaSTLAne 2030. Un nome che evoca velocità, ma che per molti marchi storici del gruppo segna una brusca frenata.
Dietro i numeri colossali – 60 miliardi di euro di investimenti e 60 nuovi modelli entro il 2030 – si nasconde una riorganizzazione drastica. Stellantis abbandona la logica del “tutti uguali” per creare una gerarchia netta. Il verdetto è chiaro: solo chi produce volumi e margini conta. Gli altri? Regionalizzati, messi in naftalina o affidati ai cinesi.
La nuova gerarchia: i 4 che comandano (e chi invece scompare)
Filosa ha suddiviso i 14 marchi in cerchi concentrici, con regole ferree sugli investimenti .
I Globali (70% degli investimenti) : Solo quattro brand riceveranno risorse massicce: Jeep, Ram, Peugeot e Fiat, insieme alla divisione commerciale Pro One. Sono loro che dovranno guidare la crescita globale del gruppo.
I Regionali (declassati) : Cinque marchi vengono “ridimensionati” a realtà locali. Tra questi spicca Alfa Romeo, che perde ufficialmente lo status di globale per diventare un marchio regionale . Non più un’aspirante rivale di BMW, ma una realtà destinata a condividere piattaforme e tecnologie con il gruppo senza più ambizioni mondiali. Insieme a lei, Chrysler, Dodge, Citroën e Opel .
I “Satelliti” (fine dell’autonomia) : Ecco il punto più dolente per gli italiani. DS e Lancia vengono private di qualsiasi indipendenza. DS sarà gestita da Citroën, mentre Lancia passa sotto il controllo diretto di Fiat. Non avranno più una propria strategia di prodotto, ma diventeranno “marche specialità”: di fatto, delle costose sorelle estetiche di modelli Fiat o Peugeot, vendute a un prezzo più alto. Un destino già ipotizzato e ora ufficializzato.
L’eccezione di lusso : Maserati continua a esistere nel segmento del lusso puro, con l’arrivo di due nuovi modelli di segmento E entro il 2030. Un piano industriale dedicato sarà presentato a dicembre 2026 a Modena .
Abarth e la “svista” del piano
Una domanda brucia tra gli appassionati: e Abarth? Nel mega-piano da 60 miliardi e 60 modelli, il nome dello Scorpione è inspiegabilmente assente . Una notizia che fa tremare i puristi: il marchio delle prestazioni sembra essere stato momentaneamente dimenticato, o peggio, accantonato in attesa di un destino di nicchia.
La produzione: stop ai sogni, benvenuti partnership
Il piano Filosa è anche una resa alla realtà industriale. Gli stabilimenti europei sono sottoutilizzati (attualmente al 60%) e vanno saturati. Come? Con due mosse:
1. Riduzione della capacità (ma senza licenziamenti diretti) : Stellantis taglierà 800mila unità di capacità produttiva in Europa entro il 2030 . Nessun impianto verrà chiuso ufficialmente, ma si procederà a riconversioni (es. Poissy in Francia) e alla condivisione delle linee con i partner .
2. Apertura ai cinesi : Questa è la svolta più clamorosa. Per riempire gli stabilimenti, Stellantis apre le porte ai costruttori cinesi.
Dongfeng: Dopo mesi di trattative, è stato annunciato che i cinesi produrranno modelli del loro marchio premium Voyah nello stabilimento di Rennes, in Francia . Inoltre, è prevista una joint venture europea controllata da Stellantis al 51% . Si ipotizza addirittura una futura cessione di asset strategici come lo stabilimento di Cassino, attualmente in forte sofferenza produttiva .
Leapmotor: L’alleanza si rafforza. Stellantis condividerà la capacità produttiva negli stabilimenti di Madrid e Saragozza . La Leapmotor B10 sarà prodotta in Spagna già dal 2026 .
L’obiettivo dichiarato è portare l’utilizzo degli impianti dal 60% all’80% . Il metodo? “Asset-light” in Asia e “produzione per conto terzi” in Europa.
Cosa significa per il futuro?
Il “FaSTLAne 2030” segna la fine dell’era in cui ogni marchio doveva avere un’anima e una piattaforma unica. Stellantis diventa un gigante che assembla tecnologie (Nvidia, Qualcomm, Mistral AI per l’AI) e sfrutta le carrozzerie dei partner cinesi per tenere accesi i motori delle fabbriche.
Per Alfisti e Lancisti è un colpo duro: i loro marchi non sono più ambasciatori del “Made in Italy” nel mondo, ma pedine di un tabellone regionale. Per il mercato, invece, potrebbe significare auto più economiche (arriva la E-Car da 15mila euro a Pomigliano) , ma anche una proliferazione di modelli “clone” venduti con fari diversi.
Dopo anni di attesa e mille indiscrezioni, Lancia Gamma è finalmente realtà. La nuova ammiraglia del brand, svelata in anteprima mondiale, segna un capitolo cruciale nella rinascita del marchio. Tuttavia, mentre gli appassionati speravano in una rinascita autonoma, i fatti industriali raccontano un’altra storia. La nuova Gamma nasce “gemella” sotto la pelle, ma il suo destino sembra già scritto: trasformare Lancia in un marchio satellite del lusso per Fiat, perdendo buona parte della sua storica autonomia.
Piattaforma comune: parentela stretta con Peugeot 3008 e DS 7
La nuova Lancia Gamma abbandona ogni nostalgia meccanica e abbraccia la logica di gruppo. Costruita sulla piattaforma modulare STLA Medium , la vettura condivide segretamente ossa e organi con le nuove Peugeot 3008 e DS 7, oltre che con la futura Opel Grandland.
Lunghezza: circa 4,70 metri (ammiraglia del segmento D).
Motori: termici mild-hybrid (1.2 PureTech da 136 CV) e full elettrici (da 210 a 320 CV, batteria da 98 kWh per oltre 600 km di autonomia WLTP).
Interni: la vera firma Lancia è nel design: sedili “cannocchiale”, plancia sospesa e il nuovo sistema SALA (Sound Air Light Augmentation) già visto su Ypsilon.
Ma sotto il vestito elegante, la tecnologia è PSA-Stellantis al 100%. Nessun sviluppo meccanico dedicato, nessun motore Lancia. Un boomerang per chi ricordava la tradizione.
Prodotta a Melfi: l’Italia ci sarà (ma senza identità)
Buona notizia per lo stabilimento lucano: la nuova Lancia Gamma verrà assemblata a Melfi, in Basilicata, accanto alla Jeep Compass. Un investimento importante che ha richiesto l’adeguamento della linea all’architettura STLA Medium.
La produzione italiana salva il made in Italy, ma è un’arma a doppio taglio: lo stabilimento è ormai una fabbrica “multimarca” che assembla pezzi comuni per diversi brand del gruppo. La Gamma non avrà una sua linea dedicata, ma uscirà a singhiozzo tra un SUV Fiat e una Compass.
L’addio all’autonomia: Lancia diventerà satellite di Fiat per il lusso
La notizia più amara arriva dalla strategia a lungo termine. Fonti interne a Stellantis confermano ciò che molti temevano: Lancia perderà definitivamente la sua autonomia progettuale e ingegneristica. Entro il 2027, il brand si trasformerà in una sorta di “sotto-marchio di Fiat” dedicato al lusso, analogamente a quanto già accade con DS per Citroën.
In pratica:
Fiat produrrà auto utilitarie, crossover e familiari per le masse.
Lancia offrirà versioni più raffinate, eleganti e costose derivate da modelli Fiat (o già esistenti Stellantis), con interni pregiati e design esclusivo, cosi come Abarth farà per le versioni più pepate.
Nessun modello Lancia unico: ogni futura Lancia sarà una “Fiat premium” ribattezzata per i mercati selezionati (solo Europa, niente Cina o USA).
Il primo esempio è già sotto gli occhi di tutti: la nuova Ypsilon, nata sulla piattazza della Peugeot 208 / Opel Corsa, ma con un allestimento “luxury” che anticipa il concept. La Gamma seguirà la stessa filosofia: non un’auto pensata da zero per Lancia, ma una gemella ricca della 3008.
Cosa significa per gli appassionati?
Per chi ama il marchio, è una doccia fredda. Addio al mito di auto uniche come Delta Integrale, Thema 8.32 o la stessa Gamma degli anni ’80. Benvenuto in un’era di rebadge di lusso, dove la griffe varrà più della meccanica.
Per il mercato, invece, potrebbe essere una mossa vincente: Stellantis non investe miliardi in un brand di nicchia, ma sfrutta l’appeal Lancia per vendere auto Fiat/Peugeot a margini più alti.
Scheda tecnica sintetica – Lancia Gamma (2026)
Caratteristica
Dettaglio
Piattaforma
STLA Medium (Peugeot 3008, DS 7)
Lunghezza
4,70 m
Produzione
Stabilimento Stellantis di Melfi (PZ)
Motori
1.2 PureTech 136 CV MHEV / Elettrici 210-320 CV
Autonomia EV
fino a 620 km (WLTP)
Parentele tecniche
Peugeot 3008, DS 7, Opel Grandland
Strategia futura
Sub-brand di lusso di Fiat, senza autonomia progettuale
Giudizio personale
La nuova Lancia Gamma è un’auto bella, elegante, tecnologicamente moderna. Peccato che non sia davvero una Lancia. È una Peugeot 3008 con altri vestiti, prodotta a Melfi per far quadrare i conti Stellantis. Il futuro del marchio? Non più da protagonista, ma da satellite di lusso al servizio di Fiat. Per alcuni basterà a far brillare il logo. Per chi ama la storia, sarà difficile non sentirsi traditi.
C’era una volta un piccolo fuoristrada che ha conquistato il cuore degli appassionati di tutto il mondo. La Suzuki Jimny, con il suo look squadrato da vero off-road, le dimensioni compatte e la leggendaria affidabilità giapponese, è stata per anni l’incubo di sentieri impervi e parcheggi stretti. E poi, improvvisamente, è sparita dai concessionari europei. Era la metà del 2025 quando le ultime unità della versione “autocarro” (l’unica ancora omologabile per aggirare le severe normative CO₂) hanno esaurito le scorte . Addio Jimny, almeno in Europa.
Ma ora, qualcosa si muove. Anzi, qualcosa rotola nel fango e nella neve. Foto spia spuntate sul web mostrano una Jimny molto speciale: ha un frontale completamente chiuso, nessuna griglia di raffreddamento. È il segnale più evidente che sotto quel cofano potrebbe non esserci più il vecchio 1.5 benzina, ma un motore elettrico.
È la rinascita della Jimny? E soprattutto, potrebbe tornare in Italia e in Europa come autovettura normale (e non come autocarro)? Facciamo il punto.
1. La storia di un addio (dovuto alle emissioni)
Per capire l’importanza del possibile ritorno elettrico, bisogna ricordare perché la Jimny se n’è andata. L’iconico 1.5 benzina da 102 CV era un gioiello di semplicità, ma non certo un modello di efficienza. Con emissioni di CO₂ intorno ai 154-170 g/km, era un peso insostenibile per i bilanci delle Case automobilistiche europee, che devono rispettare limiti medi di flotta sempre più stringenti .
Suzuki ha provato a tenerla in vita riclassificandola come “veicolo commerciale leggero” (N1), una scappatoia usata anche da altri costruttori. Ma era una soluzione tampone: la Jimny arrivava senza divani posteriori, con detrazioni fiscali diverse e comunque con un futuro incerto. A metà 2025, le scorte sono finite. Fine della corsa .
E a complicare le cose ci si è messa anche la GSR (General Safety Regulation) europea, che dal 2024 impone su tutte le auto nuove una serie di ADAS (frenata automatica di emergenza, avviso di superamento corsia, ecc.) che la vecchia Jimny semplicemente non aveva .
Insomma, per rivedere la Jimny in Europa serviva un miracolo. O forse una rivoluzione elettrica.
2. Le foto spia: un frontale chiuso e tanti interrogativi
A fine aprile 2026, il web si è infiammato. Alcune foto, apparse sui social e riprese dalla stampa automobilistica internazionale, mostrano due prototipi Jimny avvolti in pesanti camuffamenti mentre vengono testati sulla neve. Il luogo? Si ipotizza una località europea o scandinava, anche se i telai sembrano essere giapponesi o indiani.
Cosa salta all’occhio? Il frontale è completamente chiuso. Niente presa d’aria, niente classica griglia a cinque feritoie. È il tratto distintivo più comune di un’auto elettrica, che non ha bisogno di raffreddare un motore a combustione interna .
Osservando i dettagli si nota anche:
Sospensioni a balestra all’anteriore (la mitica “solid axle”), indizio che la struttura da vero fuoristrada è stata mantenuta .
Cerchi dal disegno aerodinamico, tipici delle EV per ottimizzare l’autonomia.
Sembra trattarsi della versione a 5 porte (Jimny XL), con guida a destra, come quelle prodotte in India da Maruti Suzuki .
C’è però un ma. Alcune fonti sollevano dubbi sulla veridicità delle immagini, notando che il prototipo monta targa giapponese ma viene avvistato in Europa. Qualcuno ipotesi persino un fake creato con l’intelligenza artificiale. Ma la maggior parte degli osservatori ritiene che si tratti di veri e propri test invernali.
3. La “svolta” di Suzuki: dal “mai” al “forse”
Queste immagini hanno dell’incredibile perché contraddicono apertamente le dichiarazioni ufficiali dei vertici Suzuki. Solo nel 2024, il presidente dell’azienda Toshihiro Suzuki aveva dichiarato senza mezzi termini che una Jimny elettrica era “quasi impossibile”.
Il motivo? Il peso delle batterie. La Jimny è nata leggera (poco più di una tonnellata), agile, capace di arrampicarsi ovunque. Aggiungere centinaia di chili di accumulatori avrebbe tradito il suo DNA, rovinandone le doti dinamiche e le capacità in off-road .
Allora cosa è cambiato?
Le batterie sono migliorate – Le nuove batterie LFP (litio-ferro-fosfato) e le tecnologie allo stato semisolido sono sempre più compatte e leggere.
L’Europa è un mercato troppo importante – Perdere l’Europa significa perdere decine di migliaia di potenziali clienti. Un’elettrica sarebbe l’unico modo per rientrare dalla porta principale .
La tecnologia c’è già – Suzuki ha già sviluppato la piattaforma HEARTECT-e per la nuova e-Vitara, con motori elettrici sugli assali e batterie a pacchetto . Adattarla alla Jimny è tecnicamente possibile.
La sensazione è che la Casa giapponese abbia fatto un passo indietro (o un passo avanti) ripensando la sua strategia.
4. Come potrebbe essere la Jimny EV (se uscirà)
Mettiamo insieme i pezzi del puzzle. Se la Jimny elettrica dovesse davvero vedere la luce, cosa possiamo aspettarci?
Telaio e trazione
La foto spia mostra la presenza dell’asse rigido (solid axle) all’anteriore . Ottima notizia: significa che Suzuki non vuole trasformare la Jimny in un crossover da città. Resterà un fuoristrada vero, con sospensioni adatte ai terreni più impegnativi.
La trazione sarà integrale elettrica, probabilmente con un motore dedicato per ogni asse. Questo sistema (già visto su concept come l’e-Vitara) permetterebbe un controllo della coppia indipendente su ogni ruota, superando in alcuni frangenti le capacità del vecchio sistema meccanico .
Batteria e autonomia
La grande incognita è la batteria. Per non appesantire troppo la vettura, Suzuki potrebbe optare per un pacchetto non enorme, diciamo intorno ai 35-45 kWh. L’autonomia, nel ciclo WLTP, sarebbe quindi intorno ai 200-300 km. Non tantissimi, ma più che sufficienti per un’auto che l’85% dei proprietari usa prevalentemente in città o per brevi trasferimenti fuoristrada .
La ricarica rapida DC sarà quasi certamente di serie, anche se potenze elevate sono difficili da immaginare su una vettura così piccola.
Prezzo
Qui è il punto dolente. La Jimny termica (quando ancora si trovava) costava circa 22.000-25.000 euro. Una versione elettrica, con batterie e motori aggiuntivi, non potrà scendere sotto i 32.000-35.000 euro. Un salto notevole, che la posizionerebbe in una fascia di mercato molto più alta e competitiva (pensiamo a Jeep Avenger, Smart #1, ecc.).
5. Il ritorno in Europa: finalmente come autovettura?
Ed eccoci alla domanda che brucia: tornerà in Italia e in Europa? E soprattutto, tornerà come autovettura “normale” (categoria M1) e non come autocarro?
Le prospettive sono buone, ma non certe. Ecco i pro e i contro:
✅ Perché potrebbe tornare (e come auto normale):
Essendo elettrica, le emissioni sono zero. Niente problemi CO₂, niente multe. Può tornare ad avere cinque posti e divani posteriori.
La tecnologia ADAS (frenata automatica, mantenimento di corsia, ecc.) è facilmente integrabile su una piattaforma nuova. La Jimny potrebbe essere dotata di tutti i sistemi richiesti dalla GSR.
L’Europa è un mercato enorme per le auto “emotive” e di nicchia. La Jimny ha un esercito di fan pronti a comprarla.
❌ Perché potrebbe non tornare (o tornare in forma limitata):
Il prezzo. A 35.000 euro, non sarà più l’auto “popolare” che era prima. Le vendite potrebbero essere limitate.
La concorrenza interna. Suzuki dovrà decidere se vale la pena investire milioni per omologare un modello che, per quanto amato, è pur sempre di nicchia.
I tempi. Se i test sono appena iniziati, il lancio europeo potrebbe slittare al 2028 o addirittura 2029.
Al momento, la strategia più probabile è questa: Suzuki lancerà la Jimny EV in Giappone, India e Australia (dove il fuoristrada è più diffuso) intorno al 2027-2028. Solo in un secondo momento valuterà l’Europa .
6. I motivi per volerla (e per temerla)
I fan della Jimny sono da sempre divisi in due fazioni. Da una parte i puristi, che temono che l’elettrico ne snaturi l’anima. Dall’altra gli entusiasti, che vedono nell’elettrico l’unica possibilità di sopravvivenza del modello.
Argomenti a favore dell’elettrico:
Coppia immediata: I motori elettrici erogano la coppia massima a zero giri. Per arrampicarsi su una roccia o uscire da un guado, è una manna dal cielo .
Silenziosità: Immaginate di attraversare un bosco senza il rumore del motore. Solo il fruscio delle gomme sul terriccio.
Manutenzione ridotta: Niente olio, niente filtri, niente distribuzione. Per un’auto che passa molto tempo nel fango, è una gran cosa.
Argomenti contro l’elettrico:
Peso: Una Jimny leggera era una gioia da guidare. Una Jimny pesante rischia di diventare goffa.
Autonomia: I fuoristradisti puri percorrono centinaia di chilometri in zone remote dove le colonnine non esistono. L’elettrico non è ancora adatto a questo.
Anima: La Jimny era anche il suo sound, il suo 1.5 che saliva di giri. L’elettrico è “asettico”, per quanto efficiente.
Il Nostro Giudizio
La Suzuki Jimny elettrica è un’idea che fino a pochi mesi fa sembrava una bestemmia per gli appassionati. Oggi, però, è l’unica carta che Suzuki ha per riportare in Europa il suo modello più amato.
Le foto spia con il frontale chiuso sono un segnale forte. Certo, non c’è ancora nulla di ufficiale (Suzuki non ha confermato né smentito), ma i prototipi che rotolano sulla neve non mentono mai del tutto. La Casa giapponese sta valutando seriamente l’ipotesi.
Se arriverà, lo farà probabilmente verso il 2028. E sarà molto diversa dalla Jimny che conoscevamo: più cara, più pesante, ma anche più tecnologica e forse persino più capace in off-road grazie alla coppia istantanea dei motori elettrici.
La domanda, alla fine, è questa: sarete disposti a pagare 10.000 euro in più per una Jimny che non beve benzina ma che probabilmente manterrà intatto il suo spirito avventuroso?
C’era una volta il re dei fuoristrada. Quello che non aveva paura di nulla, che affrontava il deserto del Dakar come le strade di città, che ha scritto pagine indelebili nella storia dell’automotive mondiale. Stiamo parlando della Mitsubishi Pajero, l’icona nipponica che dal 1982 al 2021 ha dominato il segmento dei SUV più duri e puri, vendendo oltre 3,3 milioni di esemplari in tutto il mondo .
Poi, nel 2021, il silenzio. Lo stabilimento di Sakahogi, in Giappone, ha chiuso i battenti ed è stato persino riconvertito… in una fabbrica di fazzoletti e carta igienica . Una fine “umiliante” per un’auto che aveva fatto sognare generazioni di appassionati.
Ma ora la storia sta per cambiare di nuovo. Mitsubishi ha deciso di riportare in vita la Pajero. E lo farà nel modo giusto: con un fuoristrada vero, duro e puro, pronto a sfidare Toyota Land Cruiser, Ford Everest e Nissan Patrol .
Ecco tutto quello che sappiamo sulla nuova Mitsubishi Pajero 2026.
1. La conferma: arriva entro fine 2026
La notizia non è più un rumor. A gennaio 2026, il presidente di Mitsubishi Takao Kato ha dichiarato ufficialmente: *”Lanceremo un nuovo SUV off-road completo nel 2026″* . Poche parole, ma pesanti come un masso.
I teaser sono già arrivati: un video pubblicato da Mitsubishi ad aprile 2026 mostra la silhouette di un SUV dalle forme boxy, squadrate, aggressive. Proprio come ci si aspetta da una vera Pajero. Il design richiama la concept Elevance presentata al Japan Mobility Show 2025 , quella con le linee dure e il muso imponente che avevano già fatto sognare gli appassionati.
Il calendario? Secondo le ultime indiscrezioni, il debutto globale è previsto tra agosto e settembre 2026, probabilmente al Bangkok International Grand Motor Sale . Le prime consegne, invece, dovrebbero iniziare entro dicembre 2026 o nei primi mesi del 2027 .
2. Telaio: longheroni o monoscocca? Il grande dilemma
E qui arriviamo al cuore della questione. Quella che vi state chiedendo tutti: la nuova Pajero sarà un fuoristrada vero o una “macchina da città” travestita?
Le indiscrezioni parlano chiaro: Mitsubishi ha due ipotesi sul tavolo.
Ipotesi 1: telaio a longheroni (la più probabile)
La soluzione più accreditata è quella del telaio a longheroni derivato dal pick-up Mitsubishi Triton (da noi conosciuto come L200) . Parliamo di una struttura “body-on-frame”, quella dei veri fuoristrada, capace di sopportare sollecitazioni estreme e affrontare terreni impossibili .
Il Triton viene prodotto nello stabilimento di Laem Chabang, in Thailandia, e nello stesso stabilimento nascerà anche la nuova Pajero . Questo garantirebbe alla vettura una robustezza da autentico off-road, degna del nome che porta.
Inoltre, Mitsubishi potrebbe condividere questa piattaforma con la futura Nissan Navara, grazie all’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi . Un vantaggio industriale non da poco.
Ipotesi 2: piattaforma monoscocca (più europea)
C’è però una seconda possibilità, che circola con insistenza e che potrebbe aprire le porte all’Europa. Si tratta della piattaforma CMF-C/D dell’Alleanza, quella già utilizzata da :
Mitsubishi Outlander
Nissan Qashqai e X-Trail
Renault Austral e Espace
Questa soluzione avrebbe un vantaggio enorme: la piattaforma monoscocca è già pronta per ospitare motorizzazioni ibride e plug-in. E in un’Europa sempre più stretta dalle normative anti-diesel (Euro 7 all’orizzonte), potrebbe essere l’unica strada per rivedere la Pajero nei nostri concessionari.
La scelta finale non è ancora stata comunicata. Ma una cosa è certa: la Pajero non diventerà una “crossover”. Mitsubishi ha ribadito più volte che l’auto manterrà la sua anima off-road .
3. Motori: diesel, ibrido o plug-in?
Anche sulla motorizzazione, per ora, regna il mistero. Ma le ipotesi sono affidabili.
Scenario diesel (per i mercati extra-Europa)
Se Mitsubishi sceglierà il telaio del Triton, è praticamente certo che la Pajero erediterà anche il motore del pick-up: il 2.4 litri turbodiesel 4N16 nelle sue due varianti :
Versione
Potenza
Coppia
Single-turbo
178 CV
430 Nm
Bi-turbo
201 CV
470 Nm
A questi si abbina il cambio automatico a 8 rapporti e il mitico sistema di trazione integrale Super-Select II a controllo elettronico, che permette di passare da 2WD a 4WD anche in movimento . Un sistema che ha fatto la storia della Pajero.
Scenario ibrido/plug-in (per l’Europa)
Per il mercato europeo, invece, il destino della Pajero passa inevitabilmente attraverso l’elettrificazione. Le normative Euro 7 difficilmente lasceranno spazio ai diesel puri .
Proprio per questo, l’ipotesi della piattaforma CMF-C/D (quella della Outlander) è così affascinante. La Outlander è già disponibile in versione plug-in hybrid (PHEV) con un sistema che combina un motore a benzina con due elettrici, per una potenza complessiva di oltre 300 CV e un’autonomia in elettrico di circa 80 km .
La concept Elevance, che anticipa il design della nuova Pajero, era proprio una PHEV con quattro motori elettrici e una batteria di grande capacità . Un segnale che Mitsubishi sta prendendo molto sul serio la strada dell’ibrido.
La versione full electric, invece, sembra al momento esclusa .
Scenario benzina (mercati asiatici)
Per i mercati del Sud-Est asiatico, non si escludono motorizzazioni a benzina, ma è probabile che l’Europa non le veda mai .
4. Design: boxy, squadrato, aggressivo
Le immagini spia e i teaser ufficiali ci danno già un’idea chiara dello stile della nuova Pajero .
Il design è volutamente nostalgico, con un richiamo esplicito al modello originale del 1982 . Parliamo di:
Forme boxy e squadrate, lontane dalle linee morbide dei crossover moderni
Muso imponente e verticale, con la calandra che riprende il family feeling Dynamic Shield di Mitsubishi
Fari sottili a LED, probabilmente con una firma luminosa a forma di “T” come sugli ultimi modelli del marchio
Parafanghi pronunciati e un’altezza da terra generosa
Il risultato? Un’auto che non cerca di piacere a tutti, ma che parla direttamente al cuore degli appassionati. Quelli che vogliono un fuoristrada vero, senza compromessi.
5. L’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi: un vantaggio (o un vincolo?)
Mitsubishi fa parte della grande alleanza con Renault e Nissan, e questa appartenenza giocherà un ruolo fondamentale nel destino della Pajero .
Da un lato, significa che Mitsubishi può accedere a tecnologie e piattaforme che da sola non potrebbe permettersi. La CMF-C/D è una piattaforma modernissima, efficiente e già collaudata su milioni di veicoli.
Dall’altro, significa che la Pajero potrebbe condividere molto più del previsto con altri modelli del gruppo. Se dovesse nascere sulla piattaforma della Outlander, le similitudini con Nissan X-Trail e Renault Espace sarebbero inevitabili. Non a livello di immagine, ovviamente, ma sotto la pelle.
In ogni caso, il presidente Kato ha voluto precisare che la Pajero è stata sviluppata in modo indipendente da Nissan e Renault, almeno per quanto riguarda l’architettura di base . Un modo per rassicurare i fan: la Pajero resterà una vera Mitsubishi.
6. Tornerà in Italia? Il nodo commerciale
Questa è probabilmente la domanda che vi fate tutti. E la risposta, purtroppo, non è scontata.
Mitsubishi ha recentemente siglato un accordo con Bassadone Auto per il ritorno del marchio in Italia, con una gamma che al momento comprende Colt, ASX e Outlander (tutte derivate da modelli Renault) . L’operazione commerciale è partita, e Mitsubishi è ufficialmente tornata nel nostro Paese dopo anni di assenza.
Questo è un segnale positivo. Avere una rete di concessionari attiva significa che c’è un canale attraverso cui vendere la Pajero in Italia.
Ma la vera incognita è la motorizzazione. Se la Pajero arriverà solo con il 2.4 turbodiesel, sarà difficile vederla in Europa. Le normative Euro 7, ormai alle porte, stanno spingendo tutti i costruttori fuori dal diesel. Se invece Mitsubishi saprà offrire una versione full hybrid o plug-in (sfruttando la piattaforma della Outlander), allora le porte del Vecchio Continente si apriranno.
Al momento, la sensazione è che l’Europa non sia il mercato prioritario per la nuova Pajero. I target principali sono Australia, Medio Oriente, Sud-Est Asiatico e America Latina, dove il diesel è ancora re . Ma l’accordo con Bassadone Auto lascia aperta una speranza.
7. Concorrenza: chi dovrà guardarsi le spalle
La nuova Pajero nasce per affrontare avversari di tutto rispetto :
Toyota Land Cruiser Prado – il fuoristrada giapponese per eccellenza, appena rinnovato
Ford Everest – il SUV derivato dal pick-up Ranger, molto apprezzato in Australia
Nissan Patrol – il fratello d’alleanza, anch’esso in arrivo con una nuova generazione
Tutti modelli che non hanno mai abbandonato il concetto di “fuoristrada puro”. E proprio lì, in quel segmento di nicchia ma appassionato, Mitsubishi vuole posizionarsi.
Il Nostro Giudizio
La nuova Mitsubishi Pajero è una scommessa affascinante. In un’epoca in cui i SUV stanno diventando sempre più “asettici”, sempre più simili a elettrodomestici su ruote, Mitsubishi ha il coraggio di riportare in vita un’icona che non scende a compromessi.
Il telaio a longheroni, il design boxy, la trazione Super-Select II: tutti elementi che parlano il linguaggio dei veri off-road. E se Mitsubishi riuscisse a offrire anche una versione ibrida (per conquistare l’Europa), allora il ritorno della Pajero sarebbe completo.
Certo, siamo ancora in attesa di conferme ufficiali. Ma i segnali sono tutti positivi. Il presidente Kato ha parlato, i teaser sono arrivati, i prototipi sono stati avvistati.
La Pajero sta tornando. E chi ama i fuoristrada non può che gioire.
C’è un’auto che negli ultimi due anni ha fatto letteralmente impazzire gli italiani. Non è una supercar, non è un’ammiraglia tedesca. È la Jeep Avenger, il piccolo SUV compatto che nel 2024 e nel 2025 è stato il SUV più venduto in Italia, conquistando il secondo posto assoluto nella classifica generale delle immatricolazioni nel primo trimestre 2026, con 16.403 unità consegnate .
Una vera e propria italianissima ossessione, visto che da noi si è persino permessa di scalzare concorrenti storiche come la Dacia Sandero e la Citroën C3 . E ora, dopo tre anni di onorato servizio (la Avenger è stata lanciata nel 2023 e ha persino vinto il premio di Auto dell’Anno in Europa), è arrivato il momento del restyling di metà carriera.
La novità è stata presentata in anteprima mondiale in Brasile, dove il modello è stato avvistato senza camuffamenti per le strade di Rio de Janeiro durante un festival musicale. Ma gli occhi di tutti sono già puntati sull’Europa. Perché la nuova Jeep Avenger restyling arriverà presto anche da noi. Ed è un evento, considerando quanto gli italiani amino questa macchina.
Ecco tutto quello che c’è da sapere.
1. Un successo lungo due anni (e non accenna a fermarsi)
Prima di parlare delle novità, facciamo un attimo il punto su cosa rappresenti la Avenger per il mercato italiano. Perché non stiamo parlando di una semplice auto: stiamo parlando di un fenomeno sociale.
Nel 2025, la Avenger ha chiuso con una quota del 5,63% nel segmento dei SUV compatti e contribuendo al milione di vendite globali del marchio Jeep . Nel primo trimestre del 2026, ha scalato la classifica generale arrivando al secondo posto assoluto con 16.403 unità, superando persino la Dacia Sandero e posizionandosi dietro solo all’imbattibile Fiat Panda .
In Italia, la Avenger ha conquistato il pubblico grazie a una combinazione vincente: dimensioni compatte (appena 4,08 metri), stile Jeep inconfondibile, posizione di guida rialzata e una gamma di motorizzazioni che copre tutte le esigenze, dalla mild hybrid alla full electric .
In pratica, la Avenger è la regina incontrastata delle nostre strade. E Jeep non ha nessuna intenzione di perderne la corona. Ecco perché il restyling arriva al momento giusto.
2. Il restyling: “Toccata e fuga” con stile
Le prime immagini della nuova Avenger restyling sono arrivate direttamente dal Brasile, dove il modello è stato avvistato senza alcun camuffamento durante il festival “Todo Mundo no Rio” sulla spiaggia di Copacabana . Un tempismo curioso, visto che Stellantis aveva diffuso i primi teaser ufficiali solo pochi giorni prima .
Le modifiche sono mirate e discrete, senza stravolgere una formula che già funziona benissimo. L’approccio di Jeep è chiaro: “evolversi senza cambiare pelle” .
Le novità estetiche principali:
Nuova griglia a sette feritoie: l’iconico frontale Jeep è stato completamente ridisegnato, con le classiche sette fessure ora più squadrate e prive delle cornici cromate che caratterizzavano il modello precedente .
Feritoie illuminate: la novità più eclatante. Le sette feritoie ora sono retroilluminate, creando una firma luminosa inedita che rende la Avenger riconoscibilissima anche di notte. Un tocco che richiama il fratello maggiore Compass .
Paraurti ridisegnato: più scolpito e dinamico, con una piccola “tacca” inedita vicino al passaruota e una griglia di aerazione posizionata più in basso .
Nuovi cerchi e nuove colorazioni: tra queste spunta il Verde Hawaii, già visto sulla nuova Compass .
Fari ridisegnati: sembra che la “lente” esterna dei fari sia scomparsa, lasciando spazio a lenti a sbalzo che ricordano da vicino il trattamento visto sulla nuova Renault Clio .
Le proporzioni generali e la silhouette restano invece invariate. Scelta logica: perché stravolgere un’auto che piace così tanto?
3. Interni: tecnologia e ChatGPT a bordo
Se l’esterno è stato ampiamente fotografato, l’abitacolo rimane ancora avvolto da un velo di mistero. Nessuna immagine ufficiale dell’interno è ancora trapelata .
Tuttavia, le indiscrezioni parlano di un aggiornamento tecnologico importante. Ci si aspetta:
Display multimediale di dimensioni maggiori, probabilmente con diagonale aumentata rispetto all’attuale .
Cluster digitale aggiornato e più personalizzabile .
Materiali di rivestimento migliorati, per alzare la percezione qualitativa .
ChatGPT integrato: secondo alcune fonti, la Avenger restyling potrebbe essere la prima Jeep a beneficiare dell’intelligenza artificiale generativa, con un assistente vocale in grado di conversare in modo naturale .
La ciliegina sulla torta? Secondo indiscrezioni, le portiere posteriori potrebbero finalmente ricevere pulsanti elettrici per alzare i vetri (sì, nella versione attuale mancavano, un dettaglio che aveva fatto storcere il naso a molti).
4. Motori: cosa cambia sotto il cofano
Per quanto riguarda la meccanica, al momento non ci sono conferme ufficiali su modifiche sostanziali. Secondo le indiscrezioni più accreditate, la gamma europea dovrebbe rimanere sostanzialmente invariata, con le stesse opzioni già disponibili .
Ecco la gamma attuale (che molto probabilmente rimarrà invariata):
Motorizzazione
Potenza
Trazione
Note
1.2 Turbo benzina
100 CV
Anteriore
Cambio manuale 6 marce
e-Hybrid (mild hybrid)
100 CV + elettrico 29 CV
Anteriore
Cambio automatico a doppia frizione
4xe (full hybrid)
145 CV totali
Integrale
Due motori elettrici (uno per asse)
Full Electric
156 CV
Anteriore
Batteria 54 kWh, 400 km WLTP
Importante: in Brasile, la Avenger restyling monterà un nuovo motore 1.0 turbo mild hybrid da 116 CV (in leggera diminuzione rispetto ai 130 CV attuali per adeguarsi alle norme sulle emissioni) . Per l’Europa, invece, la gamma rimarrà quella attuale, con il solo adeguamento del motore Puretech alla versione con catena di distribuzione, al posto della famigerata e problematica cinghia a bagno d’olio.
La versione Full Electric rimane un pilastro della strategia Jeep, offrendo un’autonomia WLTP di circa 400 km e una ricarica rapida dal 20% all’80% in soli 24 minuti con colonnina da 100 kW . Ottima per la città.
5. Quando arriva in Italia?
Il calendario è ancora in via di definizione, ma le previsioni sono piuttosto precise.
Presentazione ufficiale in Europa: prevista entro l’estate 2026. Alcune fonti parlano di giugno/luglio 2026 per il debutto ufficiale .
Arrivo in Italia: le consegne dovrebbero iniziare entro la fine del 2026, probabilmente nel quarto trimestre.
La produzione per il mercato europeo continuerà nello stabilimento Stellantis di Tychy, in Polonia, lo stesso che produce anche Fiat 600 e Alfa Romeo Junior .
6. Prezzi (leggeri ritocchi all’orizzonte)
Al momento non sono stati comunicati i listini per la versione restyling in Europa. L’attuale Avenger parte da circa 25.200 euro per la versione benzina e arriva a circa 42.400 euro per la full electric top di gamma .
Ci si aspetta un leggero aumento dei prezzi, nell’ordine di qualche centinaio di euro, giustificato dagli aggiornamenti tecnologici e di design. Nulla di trascendentale, insomma.
Il Nostro Giudizio
La nuova Jeep Avenger restyling è un’auto che non cerca di stravolgere le regole del gioco. Perché, in fondo, non ne ha bisogno. È già la regina del segmento B-SUV in Italia, e questo restyling arriva per consolidare il trono, non per riconquistarlo.
Le novità ci sono, eccome: il nuovo frontale con le sette feritoie illuminate è un colpo d’occhio notevole, e l’integrazione di ChatGPT porterà la tecnologia di bordo a un livello superiore. Ma Jeep non ha voluto strafare, e forse ha fatto bene.
L’Avenger piace così com’è. Compatta, pratica, con quel mix di stile e robustezza che solo il marchio americano sa regalare. E con una gamma di motorizzazioni che copre praticamente ogni esigenza: mild hybrid per la città, 4xe per chi vuole un po’ di off-road, full electric per i più green.
Se state pensando di comprare una Avenger, quindi, vi conviene aspettare ancora qualche mese. Perché la versione rinnovata arriverà presto, e porterà con sé un look più moderno e una tecnologia all’avanguardia. Il prezzo salirà un po’, ma la qualità percepita anch’essa.
La regina d’Italia è pronta a indossare la corona nuova. E il regno, per ora, non rischia di essere conquistato da nessuno.