Il 1° maggio 2026 si è spento un gigante. Non solo dello sport, ma della vita stessa. Alex Zanardi ci ha lasciati all’età di 59 anni, circondato dall’affetto della sua famiglia, dopo sei lunghi anni di lotta silenziosa contro le conseguenze del gravissimo incidente in handbike del 2020 .
Con lui se ne va una delle figure più straordinarie che lo sport italiano abbia mai prodotto. Un uomo che è stato campione del mondo in due sport completamente diversi, che ha sfidato la morte più volte e che ogni volta è riuscito a rialzarsi, a reinventarsi, a sorridere.
In un’epoca in cui si parla tanto di resilienza, Alex Zanardi ne è stato il volto più autentico e sorprendente.

1. Gli esordi e la Formula 1: un talento irrequieto
Nato a Bologna nel 1966, Alex cresce con la passione per i motori. A 14 anni il padre gli regala un kart, e la scintilla si trasforma in un incendio . La sua carriera nell’automobilismo segue la trafila classica, fino all’esordio in Formula 1 nel 1991 con la Jordan .
Quella che ci si aspetterebbe essere l’apice della carriera sarà invece un’esperizione complicata. L’esordio in F1 non gli regala le soddisfazioni sperate: le monoposto non sono competitive, i risultati latitano. Passa dalla Jordan alla Lotus, poi alla Minardi, racimolando pochi punti . La sua guida grintosa e istintiva, però, non passa inosservata.
È il 1993, durante le prove del Gran Premio del Belgio a Spa-Francorchamps. La sua Lotus subisce un guasto alle sospensioni e si schianta contro le barriere del Raidillon a oltre 240 km/h . L’impatto è violentissimo: la sua colonna vertebrale si comprime, e miracolosamente ne esce vivo… ma più alto di 3 centimetri . Un assaggio di ciò che il destino gli riserverà.
Deluso dalla Formula 1, Alex decide di tentare l’avventura oltreoceano.

2. La consacrazione in America: il re della CART
Attraversa l’oceano e approda alla CART (l’allora massima serie americana su circuiti). Ed è qui che Zanardi diventa leggenda. Alla guida della Chip Ganassi Racing, dal 1996 al 1998, non è più un “pilota di mezzo”: è una furia.
Con sorpassi al limite dell’impossibile e una guida spettacolare, vince due titoli consecutivi nel 1997 e nel 1998 . La sua manovra più celebre resta il “passaggio” all’ultima curva di Long Beach nel ’96, entrato negli annali come uno dei sorpassi più arditi di sempre.
La sua popolarità negli Stati Uniti esplode. La CART è il suo regno, e lui ne è l’imperatore. Forte di questo successo, nel 1999 Frank Williams lo richiama in Formula 1. Ma la seconda esperienza nel Circus è ancora più deludente della prima. La Williams è in crisi, Zanardi fatica ad adattarsi, e la stagione si chiude con zero punti. Nel 2001, sceglie di tornare in America, dove il campione era di casa.
3. Il giorno più buio: Lausitzring 2001

Tornato in America, Alex è pronto a riconquistare il trono. Ma il destino lo aspetta al varco nel modo più tragico e brutale. 15 settembre 2001, quattro giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Sul circuito tedesco del Lausitzring, durante una gara di Champ Car, la sua vita cambia per sempre .
All’uscita della curva, esce dalla pit lane e perde il controllo della vettura. La sua Reynard si intraversa lentamente sulla pista. Alle sue spalle arriva a 320 km/h l’auto di Alex Tagliani, che non può fare nulla per evitarlo . L’impatto è mostruoso: la vettura di Tagliani colpisce la parte anteriore della monoposto di Zanardi, letteralmente triturandogli le gambe.
Sull’asfalto, Alex rimane cosciente. Vede le sue gambe divelitte e non perde i sensi . Il medico della CART, Steve Olvey, arriva di corsa e gli tappa le arterie femorali con le mani per fermare l’emorragia. Alex ha meno di un litro di sangue in corpo . In ospedale, subirà 16 interventi chirurgici e 7 arresti cardiaci . I medici gli salvano la vita, ma non le gambe: vengono amputate entrambe.
Un incidente che avrebbe distrutto chiunque. E invece, per Zanardi, era solo l’inizio di una nuova vita.
4. “Mi tremano le gambe”: la rinascita sportiva

Non bastano le protesi a fermare un uomo che ha la velocità nel sangue. Pochi mesi dopo l’incidente, è già al volante di una macchina da corsa adattata con acceleratore e freno al volante. E torna proprio sul circuito del Lausitzring, per completare quei 13 giri che non aveva potuto finire .
Ma la sua rinascita più grande è un’altra. Scopre l’handbike (una sorta di bici a tre ruote che si aziona con le braccia). Dopo solo quattro settimane di allenamento, nel 2007 chiude quarto alla maratona di New York .
Da lì inizia una carriera paraciclistica da dominatore assoluto:
- Londra 2012: due medaglie d’oro (cronometro e staffetta) e un argento .
- Rio 2016: due ori e un argento .
In totale: 4 ori e 2 argenti paralimpici. A cui si aggiungono 12 titoli mondiali su strada . Lo fa a 45 anni, un’età in cui molti atleti sono già in pensione.
Quando nel 2012 riceve il Nettuno d’Oro, il massimo riconoscimento della sua Bologna, sale sul palco e, con la sua inconfondibile ironia, scherza: “Sono talmente emozionato che mi tremano le gambe” .
5. Il secondo dramma (Val d’Orcia, 2020) e l’addio

Proprio mentre sta vivendo la sua seconda giovinezza sportiva, un nuovo incubo si abbatte su di lui. 19 giugno 2020. Mentre partecipa alla staffetta benefica “Obiettivo Tricolore” sulla sua handbike, lungo la statale 146 in Val d’Orcia (tra Pienza e San Quirico), perde il controllo in discesa e si scontra frontalmente con un camion .
L’urto è violentissimo. Perde il casco e riporta un devastante trauma cranico-facciale. Viene elitrasportato in condizioni disperate al policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena . Seguiranno 32 giorni di coma, interventi neurochirurgici e una lunga degenza che lo porterà prima a Lecco, poi a Padova.
Riacquista coscienza nel gennaio 2021, e dopo mesi torna a casa a dicembre . Ma da quel giorno, la sua salute resta fragile. Zanardi non si farà più vedere in pubblico. La famiglia lo protegge in un silenzio rispettoso, lontano dai riflettori.
Il 1° maggio 2026, Alex Zanardi muore a Padova, probabilmente a causa di un malore o di complicanze legate al suo lungo calvario .
Il Nostro Ricordo

Alex Zanardi è stato molto più di un atleta. È stato una scuola di vita. Un uomo che ha dimostrato che la felicità non dipende da quello che hai, ma da quello che sei in grado di costruire con quello che ti resta.
Per chi ama i motori, resterà per sempre il “leon” della CART, colui che non mollava mai un sorpasso. Per milioni di italiani, resterà colui che dal fondo di un letto d’ospedale, senza gambe, insegnava a tutti come si lotta.
Dopo l’incidente in Germania disse: “Sono stato incredibilmente fortunato. La mia vita è stata un’avventura” . Solo un uomo come lui poteva sentirsi fortunato dopo una tragedia del genere.
Ciao Alex. Il rumore del motore, il fruscio delle ruote della tua handbike e la tua immensa forza d’animo continueranno a correre per sempre, dritti nel cuore di chi ti ha amato.



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