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  • Toyota C-HR+: la svolta elettrica del SUV coupé giapponese arriva in Italia

    Toyota C-HR+: la svolta elettrica del SUV coupé giapponese arriva in Italia

    Quando si parla di Toyota, il pensiero corre subito all’ibrido. La giapponese ha dominato questo segmento per anni, ma sul fronte full electric è sempre rimasta un po’ in sordina. Con la Toyota bZ4X non aveva convinto del tutto (appena 310 unità vendute in Italia nel 2025 ).

    Ora, però, il colosso nipponico cambia registro. E lo fa con un nome che già conosciamo, ma che in questa versione è completamente nuovo: Toyota C-HR+.

    Non lasciatevi ingannare dal nome: questo non è il C-HR ibrido con una batteria in più. È un’auto totalmente nuova .

    Una leggenda si rinnova (in elettrico)

    La C-HR (Coupé High-Rider) ha venduto oltre un milione di esemplari in Europa in due generazioni . Un successo planetario. La nuova C-HR+ eredita la silhouette da coupé che ha decretato quel trionfo, ma sotto la pelle cambia tutto.

    Toyota l’ha sviluppata sulla piattaforma e-TNGA 2.0, la stessa dedicata ai modelli 100% elettrici . Più grande della sorella ibrida: 4,53 metri di lunghezza, 1,87 di larghezza e un passo di 2,75 metri . Tradotto: più spazio interno, più stabilità, più presenza su strada.

    Il design riprende il frontale “hammer head” a forma di testa di martello, ma lo rende più pulito e scolpito. I fari a LED disegnano una “C” che richiama modelli americani come la Toyota Crown . La linea di cintura è tesa, muscolosa, e il tetto spiovente da coupé è stato studiato per non sacrificare lo spazio per la testa dei passeggeri posteriori . Un bel problema, risolto bene.

    Le motorizzazioni: tre anime, tanta autonomia

    Il C-HR+ è disponibile in tre varianti di potenza, due tagli di batteria e due tipi di trazione .

    VersionePotenzaBatteriaTrazioneAutonomia (WLTP)0-100 km/h
    Base167 CV57,7 kWhAnteriore458 kmn.d.
    Intermedia224 CV77 kWhAnteriore607 kmn.d.
    Top di gamma Premium343 CV77 kWhIntegrale507 km5,2 secondi

    Il dato che salta all’occhio è l’autonomia da record: 607 km dichiarati per la versione intermedia . Toyota dichiara consumi contenuti, intorno ai 13,4 kWh/100 km per le versioni a trazione anteriore . Numeri che la rendono una delle migliori nel segmento dei SUV elettrici compatti.

    La versione Premium, con i suoi 343 CV e la trazione integrale, è una belva: scatto fulmineo in partenza, baricentro ribassato e struttura rigida che limita il rollio in curva. Non è una sportiva pura, ma la guida è coinvolgente e il comfort elevato. La velocità massima è limitata a 180 km/h, come spesso accade sulle elettriche giapponesi .

    Ricarica e tecnologia: finalmente all’altezza

    Toyota ha ascoltato le critiche ricevute con bZ4X. La ricarica sul C-HR+ è competitiva:

    • Corrente alternata (AC) : caricatore di bordo da 11 kW di serie, che sale a 22 kW sull’allestimento Premium .
    • Corrente continua (DC) : potenza massima di 150 kW, che consente di passare dal 10 all’80% della batteria in 28 minuti .

    A ciò si aggiunge il pre-condizionamento della batteria (attivabile manualmente o automaticamente) per ottimizzare la ricarica nelle giornate fredde . E la pompa di calore di serie, che riduce i consumi del climatizzatore in inverno .

    La garanzia? Toyota offre il Battery Care Program: 10 anni o 1 milione di chilometri sulla batteria, a patto di effettuare i controlli annuali previsti . Roba da far invidia a molti concorrenti.

    Interni: spazio, qualità e due caricabatterie wireless

    Saliamo a bordo. L’abitacolo riprende l’impostazione della bZ4X . Al centro spicca il display touch da 14 pollici, affiancato da un quadro strumenti digitale personalizzabile .

    Toyota ha mantenuto comandi fisici per le funzioni principali. Una scelta saggia: non tutto deve finire sul touch screen .

    La plancia è rivestita con materiali di buona qualità. E l’attenzione ai passeggeri è notevole: due piastre di ricarica wireless per smartphone (non una, due!), porte USB anche dietro, e climatizzatore separato per i sedili posteriori .

    Il bagagliaio è da 416 litri . Non eccezionale per un SUV di queste dimensioni, ma sufficiente per un viaggio in quattro.

    Prezzi: partenza soft, ma occhio agli incentivi

    Il listino ufficiale parte da 40.800 euro per la versione base . Tuttavia, Toyota ha già applicato una riduzione di prezzo: ha annunciato un taglio che porta il modello base a 36.950 euro “qualunque sia il tuo usato” .

    In fase di lancio, sfruttando gli incentivi statali, si può scendere fino a 25.950 euro .

    I prezzi completi (listino, senza promozioni) sono:

    • C-HR+ base (167 CV): 40.800 €
    • Icon (224 CV): 43.800 €
    • Premium (343 CV): 49.800 € 

    Toyota include anche la home charger con installazione gratuita . Un piccolo extra che facilita la transizione all’elettrico.

    Le prime consegne in Italia? Giugno 2026 . Perciò è già ordinabile .

    Vale la pena? Il nostro giudizio

    Il C-HR+ è la risposta seria che Toyota doveva dare al mercato elettrico. Un’auto ben costruita, con un’autonomia eccellente (607 km sulla carta), una ricarica competitiva e una garanzia sulla batteria da record.

    Non è perfetta. Il bagagliaio è appena sufficiente, e la versione top di gamma costa cara (quasi 50mila euro). Ma le versioni intermedie, quella da 224 CV con 607 km di autonomia a poco più di 40mila euro, rappresentano una delle offerte più interessanti del segmento.

    Toyota ha imparato la lezione del bZ4X. Adesso è pronta a giocarsi le sue carte. E noi siamo curiosi di vederla su strada.

    Voto: 8/10.

  • Finalmente una svolta: dal 1° giugno 2026 arriva il rimborso del pedaggio per code e cantieri. Ecco come funziona

    Finalmente una svolta: dal 1° giugno 2026 arriva il rimborso del pedaggio per code e cantieri. Ecco come funziona

    Quanti di voi sono rimasti ore incolonnati in autostrada, pagando il pieno pedaggio nonostante un viaggio trasformato in un calvario? La risposta è praticamente tutti.

    Dal 1° giugno 2026, qualcosa cambia. L’Autorità di Regolazione dei Trasporti ha dato il via libera alla delibera n. 211/2025 , che introduce finalmente il diritto al rimborso del pedaggio per gli automobilisti vittime di blocchi del traffico o ritardi causati da cantieri.

    Non è più solo un sogno. Vediamo chi può ottenerlo, come funziona e quali sono le fregature da tenere d’occhio.

    Un principio rivoluzionario: paghi solo per il servizio che ricevi

    Il concetto alla base è semplice e quasi rivoluzionario per l’Italia: il pedaggio deve essere equo e proporzionato al servizio effettivamente fruito . Se l’autostrada diventa un parcheggio, non può essere pagata come tale.

    Finalmente chi viaggia su gomma viene equiparato a chi prende il treno o l’aereo, categorie per cui gli indennizzi per disservizi esistono già da anni . Il presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, parla di una “ingiusta discriminazione che viene sanata”. Difficile dargli torto .

    Cantieri: quando scatta il rimborso?

    Il meccanismo per i ritardi da lavori in corso dipende dalla lunghezza del percorso :

    Lunghezza percorsoCondizioni per il rimborso
    Meno di 30 kmSempre, indipendentemente dal ritardo
    Tra 30 e 50 kmRitardo superiore a 10 minuti
    Oltre 50 kmRitardo di almeno 15 minuti

    Se rientri in questi parametri, hai diritto al ristoro. Semplice, no? Non proprio. Perché il diavolo, come sempre, sta nei dettagli.

    Blocchi del traffico: rimborso fino al 100%

    In caso di interruzione totale della circolazione, la percentuale di rimborso cresce con il passare delle ore :

    • Tra 60 e 119 minuti (da 1 a 2 ore): rimborso del 50% del pedaggio
    • Tra 120 e 179 minuti (da 2 a 3 ore): rimborso del 75% del pedaggio
    • Oltre 180 minuti (più di 3 ore): rimborso integrale (100%)

    Un meccanismo che sposta parte del rischio operativo sui concessionari, chiamati finalmente a rispondere dei disagi subiti dagli utenti .

    Le eccezioni che (quasi) tutto fanno saltare

    E qui arrivano le fregature. Perché non tutti i disagi danno diritto al rimborso. La delibera prevede precise esclusioni :

    ❌ Cantieri emergenziali: Se il cantiere è stato installato a seguito di incidenti, eventi meteo o idrogeologici straordinari e imprevedibili, o per attività di soccorso – niente rimborso.

    ❌ Cantieri mobili (almeno in questa prima fase): Sfalcio dell’erba, pulizia della carreggiata, manutenzione della segnaletica. Tutti esclusi.

    ❌ Percorsi già scontati: Se sulla tratta è già prevista una riduzione generalizzata del pedaggio, niente doppio rimborso.

    ❌ Importi irrisori: I rimborsi sopra i 10 centesimi vengono accumulati e accreditati solo quando si raggiunge la soglia minima di 1 euro .

    Tradotto: se il tuo disagio vale 80 centesimi, lo Stato te li tiene in sospeso finché non arrivi a un euro. Roba da manuale della burocrazia.

    La prima fase: un sistema ancora acerbo

    Attenzione, perché non tutto il territorio nazionale è coperto da subito :

    • Fino al 30 novembre 2026: i rimborsi per cantieri valgono solo per percorsi gestiti interamente da un unico concessionario. Se la tua tratta coinvolge più gestori, devi aspettare.
    • Dal 1° dicembre 2026: il sistema si estenderà anche ai percorsi misti.

    Un’esclusione pesante, che di fatto penalizza chi viaggia su tratte lunghe come l’A1 o l’A14, dove si alternano diversi concessionari.

    Come fare domanda (e perché sarà un parto)

    Le principali società autostradali hanno già pubblicato sui propri siti web pagine e moduli online per presentare le richieste . Basterà cercare la sezione “rimborsi” o “indennizzi” del gestore della tratta percorsa.

    Cosa manca? L’app unica che avrebbe dovuto centralizzare le richieste per tutti i concessionari. Al momento non risulta ancora attivata . Tradotto: dovrai destreggiarti tra siti diversi, credenziali diverse, procedure diverse. Un incubo burocratico annunciato.

    I tempi di accredito :

    • Telepedaggio e carte di credito: il gestore ha 20 giorni per comunicare l’esito, poi il rimborso arriva entro 5 giorni
    • Contanti: il bonifico può richiedere fino a 10 giorni

    Cosa cambierà davvero? Le ombre sul futuro

    Il nuovo sistema è un passo avanti enorme, ma solleva anche domande scomode. Come osserva Il Giornale chi pagherà davvero il costo dei rimborsi? I concessionari potrebbero cercare di assorbire l’impatto nei propri conti o, indirettamente, nelle future dinamiche tariffarie. Insomma, c’r rischio che il rimborso di oggi diventi l’aumento del pedaggio di domani.

    Inoltre, l’Autorità dei Trasporti monitorerà l’applicazione fino al 31 dicembre 2027, con una verifica di impatto entro il 31 luglio 2027 per eventuali aggiustamenti . Sarà interessante vedere quanti automobilisti riusciranno effettivamente a ottenere i rimborsi e quanti si scontreranno con la burocrazia.

    Giudizio

    Voto: 6,5/10. L’idea è ottima, il principio è sacrosanto. Ma l’implementazione, almeno in questa prima fase, è piena di falle: esclusioni, soglie minime, assenza di app unica, decorrenza differita per tratte miste.

    Il consiglio? Segnatevi tutto. Data, ora, tratto, durata del blocco. Fate screenshot ai pannelli a messaggio variabile. Documentate. Poi andate sul sito del concessionario e fate valere i vostri diritti.

    Perché se è vero che il pedaggio diventa finalmente “servizio misurabile” , è altrettanto vero che in Italia il diritto senza procedura non è diritto. E qui la procedura, almeno per ora, lascia un po’ a desiderare.

  • BYD Dolphin G DM-i: L’utilitaria Plug-in da Record che Arriva in Italia

    BYD Dolphin G DM-i: L’utilitaria Plug-in da Record che Arriva in Italia

    Il segmento B, quello delle utilitarie e delle compatte, è il cuore pulsante del mercato europeo. Fino ad oggi, la motorizzazione ibrida plug-in (PHEV) era spesso appannaggio di SUV o berline di grandi dimensioni. BYD, il colosso cinese leader mondiale nei veicoli a nuova energia, ha deciso di rivoluzionare le regole: sta per arrivare in Italia la BYD Dolphin G DM-i, la prima compatta del segmento B ad adottare una sofisticata tecnologia Super Hybrid.

    Abbiamo raccolto per te tutte le informazioni su questa vettura attesissima, che promette di unire la compattezza da city car a un’autonomia da viaggio intercontinentale .

    Design: Più Europea e Moderna

    A differenza della Dolphin 100% elettrica che già conosciamo, la versione “G DM-i” è stata sviluppata specificamente per il mercato europeo. Il design, svelato nelle scorse ore, abbandona le linee più affilate per un look più fluido e armonioso .

    • Frontale: I gruppi ottici sono più sottili e aggressivi, mentre il paraurti integra prese d’aria attive che migliorano l’efficienza aerodinamica.
    • Fiancate: Le misure parlano di una lunghezza di 4,16 metri (13 cm in meno rispetto alla versione elettrica), larga 1,83 metri. Il passo è di 2,61 metri, una misura che promette un’ottima abitabilità interna per essere una utilitaria .

    La Tecnologia Super Hybrid DM-i

    Il vero cuore della Dolphin G è il suo sistema propulsivo. La sigla DM-i (Dual Mode – intelligent) indica una tecnologia ibrida plug-in di quinta generazione che privilegia sempre la trazione elettrica.

    Mentre le ibride tradizionali usano il motore termico come principale fonte di spinta, qui il motore a benzina funge principalmente da “generatore” per ricaricare la batteria o per supportare il motore elettrico solo nelle situazioni di alto carico (come i sorpassi in autostrada). Nei fatti, la BYD Dolphin G DM-i si guida come un’auto elettrica, ma senza l’ansia da ricarica .

    Consumi e Autonomia da Record

    I dati dichiarati da BYD sono impressionanti e riscrivono i canoni del segmento:

    • Autonomia Totale: Con il pieno di benzina e la batteria carica, si superano ampiamente i 1.000 km .
    • Efficienza: A batteria carica, la vettura è in grado di percorrere fino a 71 km con un solo litro di benzina. Anche a batteria scarica, funzionando come una ibrida tradizionale, il consumo è di circa 23 km/l .

    Questi valori la rendono una scelta ideale sia per chi usa l’auto ogni giorno in città (dove si può viaggiare a zero emissioni sfruttando la ricarica domestica) sia per chi affronta lunghi viaggi senza soste tecniche.

    Interni e Bagagliaio

    BYD non ha ancora svelato ufficialmente gli interni, ma le specifiche tecniche parlano chiaro. Nonostante i 4,16 metri esterni, la Dolphin G offre un bagagliaio da 425 litri, espandibili fino a 1.225 litri abbattendo i sedili posteriori. Si tratta di una capacità superiore alla media del segmento, avvicinandosi a vetture di categoria superiore .

    Prezzo e Disponibilità in Italia

    La notizia che tutti aspettavano: la BYD Dolphin G DM-i arriverà nelle concessionarie italiane entro la fine di giugno 2026. I prezzi non sono stati ancora comunicati ufficialmente, ma gli analisti del settore ipotizzano un listino a partire da circa 25.000 – 27.000 euro .

    Se questa previsione fosse confermata, la Dolphin G andrebbe a posizionarsi sotto la soglia dei 30.000 euro, risultando estremamente competitiva non solo contro le altre plugin, ma anche contro le tradizionali full hybrid giapponesi (come la Toyota Yaris) ed europee .

    Conclusioni

    La BYD Dolphin G DM-i rappresenta un punto di svolta. Finalmente chi cerca una city car spaziosa non deve scegliere tra l’elettrico (con i dubbi sull’autonomia) e il benzina (con i costi di gestione). Con questa plug-in compatta, BYD offre il meglio di entrambi i mondi: silenziosità elettrica in città e libertà totale su strada.

  • Alfa Romeo, il coraggio di cambiare: il nuovo SUV compatto (forse Giulietta) nel piano FaSTLAne 2030

    Alfa Romeo, il coraggio di cambiare: il nuovo SUV compatto (forse Giulietta) nel piano FaSTLAne 2030

    L’Investor Day di Stellantis del 21 maggio 2026 ha scatenato un putiferio. Tra i fan del Biscione è bastata una slide per far partire un tam tam di voci su presunte “cancellazioni” e “addii” alle ammiraglie. Ma se scrostiamo la superficie della polemica, emerge una verità industriale molto chiara: Alfa Romeo sta compiendo una scelta coraggiosa e realistica per tornare a vincere in Europa.

    Vediamo i dettagli della novità più chiacchierata: il nuovo SUV compatto che tutti chiamano “erede della Giulietta”.

    Una nuova ammiraglia “compatta”: il C-SUV in arrivo nel 2027

    Il cuore della strategia 2030 del Biscione si chiama nuovo SUV compatto di segmento C . Il posizionamento è chirurgico: andrà a colmare il vuoto lasciato tra la piccola Junior (segmento B) e la più matura Tonale .

    Date chiave: L’arrivo è previsto per il 2027 .
    Motori: Sarà multi-energia, quindi sia ibrido che full electric .
    Piattaforma: Poggerà sulla nuova e flessibile STLA One .

    L’approccio è “pragmatico” secondo Stellantis . Invece di inseguire sogni globali nel segmento D (quello delle berline tradizionali), Alfa Romeo guarda il mercato reale: oggi in Europa la fetta più grossa della torta è quella dei SUV medi e piccoli .

    Il ritorno del nome “Giulietta”? L’indizio che fa sognare

    Qui arriva la parte più intrigante. Ufficialmente, Alfa Romeo non ha ancora deciso il nome . Ma durante l’Investor Day, i vertici hanno rilasciato una frase che non lascia spazio a dubbi sul carattere dell’auto.

    Nella nota ufficiale si legge che il modello sarà “In continuità con icone come 147 e Giulietta” .

    La macchina sarà una crossover, certo. Ma se il marchio decide di chiamarla Giulietta, avrà un impatto emotivo devastante sul pubblico. Significherebbe che Alfa Romeo non ha paura di “sporcare” i nomi sacri, ma anzi li adatta al presente: una Giulietta moderna, più alta, muscolosa, pronta a lottare nel segmento caldo del mercato .

    Che fine fanno Giulia e Stelvio? Non sono morte, ma…

    Ecco il punto che ha fatto arrabbiare molti. Nelle slide dell’Investor Day, le nuove generazioni di Giulia e Stelvio erano assenti . Questo ha fatto gridare alla “cancellazione”. La verità, emersa nei comunicati dei giorni successivi, è leggermente diversa: non sono cancellate, ma congelate.

    Le attuali Giulia e Stelvio resteranno in produzione (con i gloriosi V6 Quadrifoglio) almeno fino al 2027 .
    Il futuro? Alfa Romeo “sta studiando soluzioni per continuare a competere nel segmento D” .

    In pratica, le ammiraglie non arriveranno prima del 2030. Per chi ama le berline classiche, sarà una lunga attesa. Ma è una scelta di sopravvivenza: meglio concentrare gli investimenti su ciò che vende oggi (il C-SUV) che affrettare un progetto ibrido/elettrico di segmento D in un mercato che forse non è ancora pronto .

    Cosa ci aspetta: design e tecnologia

    Le anticipazioni stilistiche parlano di un’auto aggressiva. Il frontale avrà un Trilobo tridimensionale scavato, fari a LED ridotti a linee sottili e un cofano muscoloso . I cerchi manterranno la tradizione “a petalo”, ma in chiave moderna.

    Tecnologicamente, la piattaforma STLA One sarà un jolly. Stellantis ha promesso la possibilità di sterzo steer-by-wire (senza collegamento meccanico) , che permetterà agli ingegneri del Biscione di calibrare digitalmente quel “piacere di guida” che non può mancare su un’Alfa, anche condividendo la base con altri marchi del gruppo.

    Un verdetto

    Alfa Romeo ha scelto la via della concretezza. Addio ai proclami di sfida globale a BMW e Mercedes nel breve termine, benvenuti a una strategia da “marchio regionale europeo” che punta sui volumi del segmento C .

    Questa scelta brucia per i puristi delle berline longitudinali, ma potrebbe rivelarsi l’unico modo per garantire un futuro al Biscione. Se la nuova “Giulietta” SUV avrà successo, porterà i soldi necessari per far tornare un giorno una vera Giulia. Se fallisce, rischiamo di assistere all’ultimo capitolo della storia del Biscione.

    Per ora, una cosa è certa: il 2027 non è mai stato così atteso.

  • La Ferrari Luce è già stata “macinata” dai rivali cinesi (e derisa da una Nissan)

    La Ferrari Luce è già stata “macinata” dai rivali cinesi (e derisa da una Nissan)

    Cari lettori, la notizia del momento nel mondo delle supercar non è solo il debutto della prima elettrica del Cavallino. È la disperazione con cui è stata accolta.

    La Ferrari Luce, presentata il 26 maggio a Roma, doveva essere un capolavoro. Sviluppata con il famoso ex designer di Apple Jony Ive, ha un prezzo di circa 550.000 euro e 1050 cavalli.

    Ma il risultato? Dopo cinque anni di lavoro, il sogno si è trasformato in un incubo di meme, paragoni imbarazzanti e una lezione di economia: la Cina ha già vinto la guerra delle supercar elettriche.

    Ecco perché la Luce è già considerata “spacciata” sui social e in Borsa (il titolo è crollato dell’8,4%).

    La Rivale Cinese: Yangwang U9, il “mostro” da 1.300 CV a prezzo stracciato

    Il principale boia della Ferrari Luce arriva da Shenzhen. Si chiama Yangwang U9, ed è il marchio di lusso della gigantesca BYD.

    I numeri parlano da soli e mettono davvero in difficoltà Maranello:

    • Potenza e Prestazioni: La U9 sprigiona 1.300 CV (contro 1050 della Luce). Fa da 0 a 100 km/h in 2,36 secondi, meglio della rivale italiana.
    • Tecnologia esclusiva: Mentre Ferrari si affida ai quarti motori, BYD ha già la piattaforma “e4” con quattro motori indipendenti e il sistema DiSus-X che fa “saltellare” l’auto come una vera hypercar.
    • Il prezzo umiliante: Questa è la vera mazzata. La Yangwang U9 costa in Cina circa 215.000 euro. La Ferrari Luce costa più del doppio.

    La vicepresidente di BYD, Stella Li, non ha usato mezzi termini. Intervistata subito dopo il lancio, ha dichiarato: “La Yangwang U9 è molto meglio della Ferrari Luce”. Una frecciata che brucia, considerando che la U9 è stata disegnata da Wolfgang Egger, il papà delle moderne Alfa Romeo e Audi.

    La seconda mazzata cinese: Xiaomi SU7 Ultra

    Chi l’avrebbe mai detto qualche anno fa? Un’azienda che fa smartphone (Xiaomi) sta facendo impallidire la regina delle supercar.

    La Xiaomi SU7 Ultra è la berlina che sta facendo impazzire la Cina. Con 1.548 CV (quasi 500 in più della Ferrari), la Ultra distrugge la Luce sul foglio delle specifiche. E lo fa con un sorriso, visto che costa appena 52.000 euro.

    Il paragone è spietato: Con il prezzo di una Ferrari Luce, puoi comprare 11 Xiaomi SU7 Ultra. Come si fa a competere?

    La derisione social: La Nissan Leaf entra in campo

    La più grande umiliazione, però, non è arrivata dalle hypercar cinesi, ma da una utilitaria che tutti conosciamo: la Nissan Leaf.

    Subito dopo la presentazione, il web è esploso di meme. L’accusa più pesante mossa alla Luce è quella di somigliare proprio alla Nissan Leaf (che costa meno di 30.000 euro). Le immagini a confronto sono circolate a milioni, mostrando profili e gruppi ottici inquietantemente simili.

    Un utente ha scritto: “Sembra un incrocio tra un’aspirapolvere, una Hyundai Ioniq 6 e un tostapane”. Altri l’hanno paragonata a un mouse wireless.

    La mancanza del rombo del motore e le forme troppo “pulite” hanno fatto storcere il naso anche all’ex presidente Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, che ha attaccato: “Stiamo rischiando di distruggere una leggenda. Almeno i cinesi non la copieranno!”.

    Perché è successo? L’era del “Cavallo” finisce

    Nell’era del termico, Ferrari vinceva sull’esclusività: motori V12 e artigianalità che nessuno poteva replicare.

    Oggi l’elettrico ha reso la potenza una commodity. Per avere 1500 CV non serve più un mago della meccanica, basta impilare batterie e motori. I cinesi lo fanno meglio e con un decimo dei costi di manodopera.

    Ferrari ha cercato di rispondere con lusso estremo: la Luce ha 40 componenti in vetro all’interno e un volante lavorato al CNC per 4 ore, ma il mercato ha visto un’auto da 400mila euro che in autostrada verrebbe “mangiata” da una berluna da 50mila euro prodotta da una ditta di smartphone.

    Conclusione

    La Ferrari Luce è un bell’oggetto di design, ma dal punto di vista della sostanza meccanica è già superata all’uscita.

    La Yingwang U9 e la Xiaomi SU7 Ultra hanno dimostrato che, se si guarda solo la scheda tecnica e il prezzo, l’Italia ha perso la sfida dell’auto elettrica estrema. Ferrari spera di vendere la Luce come gioiello, e forse ci riuscirà coi suoi clienti affezionati. Ma la percezione pubblica, per la prima volta, è che il Cavallino sia rimontato in pieno rettilineo.

  • La grande fregatura delle auto elettriche: da Roma arriva la tassa da 1.000 euro per entrare in ZTL. E sarà solo l’inizio

    La grande fregatura delle auto elettriche: da Roma arriva la tassa da 1.000 euro per entrare in ZTL. E sarà solo l’inizio

    Cari lettori, lo avevamo sospettato, ma ora è ufficiale: l’era dei privilegi per le auto elettriche sta finendo. E finisce in modo brutale, con una stangata che colpirà dritto al portafoglio di chi, spesso con sacrifici, aveva deciso di abbracciare la mobilità a zero emissioni.

    Dal 1° luglio 2026, il Comune di Roma introduce una vera e propria rivoluzione (copernicana) per chi possiede un’auto elettrica o a idrogeno. Se prima si entrava gratis nelle Ztl della Capitale, bastava una semplice registrazione online, ora per varcare i varchi bisognerà sborsare fino a 1.000 euro all’anno .

    Il Campidoglio ha dato il via libera con la delibera n. 63 del 27 febbraio, spiegando che la misura è necessaria per regolare i flussi. Con 75mila permessi attivi per veicoli silenziosi, il centro storico era ormai paralizzato dal traffico e impossibile da parcheggiare .

    Ma al di là della giustificazione tecnica, quello che emerge è un tradimento delle aspettative. Vediamo nel dettaglio cosa cambia, chi paga e, soprattutto, cosa ci aspetta in futuro.

    Le nuove regole della Ztl Roma: addio ai passaggi gratis

    Se possiedi un’auto elettrica e abiti fuori Roma, preparati a pagare. Il nuovo permesso annuale per i non residenti avrà un costo di 1.000 euro . Una cifra che, seppur leggermente inferiore rispetto a quella richiesta per le auto termiche, rappresenta una batosta economica notevole.

    Ma ci sono alcune eccezioni (per pochi eletti):

    • Residenti e domiciliati: non pagano nulla, o pagano tariffe ridotte in base all’ISEE (se inferiore a 15mila euro il primo pass dura 5 anni) .
    • Categorie esentate: taxi, NCC, forze dell’ordine, mezzi di soccorso, disabili (CUDE) e car sharing continueranno a entrare gratis .
    • La beffa finale: Le vecchie registrazioni di targa non servono più per entrare dal 1° luglio, ma restano valide solo per la sosta gratuita sulle strisce blu. Parcheggi gratis puoi, ma per arrivare lì devi pagare il ticket .

    Le domande per i nuovi pass si potranno fare dal 16 giugno sul portale di Roma Servizi per la Mobilità . Fino al 30 giugno, invece, si viaggia ancora con le vecchie regole.

    La fregatura storica: attirati con le promesse, abbandonati con le tasse

    Questa mossa del Comune di Roma è solo la punta dell’iceberg di una tendenza che sta investendo tutta l’Europa. Per anni, governi e amministrazioni ci hanno spinto verso l’elettrico. Incentivi statali (quando ci sono), bonus rottamazione, promesse di circolazione libera e parcheggi gratis. Chi ha comprato una Tesla, una 500e o una Renault 5 negli ultimi anni lo ha fatto anche – o forse soprattutto – per questi vantaggi.

    E ora? Ora che l’elettrico inizia a diffondersi seriamente (in Italia siamo quasi al 10% delle vendite, in Europa si sfiora il 19% ), la musica cambia. Il messaggio è brutale: “Ora che ci servivate per abbassare le medie di emissioni, ora che siete tanti, diventate un problema di traffico e dovete pagare.”

    I possessori di auto a pile si ritrovano così vessati almeno quanto chi guida un diesel. Ma il peggio, cari lettori, deve ancora venire.

    La tempesta perfetta: perché questo è solo l’inizio

    Quello che sta accadendo a Roma è l’apripista di una strategia fiscale che si sta delineando chiaramente. Il problema per lo Stato è enorme e si chiama buco delle accise.

    Oggi, lo Stato italiano incassa miliardi dalle accise su benzina e diesel. Ogni volta che fate il pieno, più della metà di quello che pagate finisce nelle casse dello Stato. Quando (e se) il parco auto circolante diventerà prevalentemente elettrico, quelle entrate svaniranno nel nulla. E lo Stato, abituato a quella montagna di soldi, non ci rinuncerà.

    Come farà? Semplice: tasserà le auto elettriche. E lo farà in almeno tre modi, già in discussione in tutta Europa:

    1. La tassa sulla ricarica pubblica o domestica:
    L’opzione più semplice. Aumentare l’IVA sull’energia o introdurre un’accisa specifica per le colonnine. In molti paesi europei si sta già discutendo di equiparare il costo al km dell’elettrico a quello del termico.

    2. La tassa chilometrica (Pay-per-mile): 
    Questa è la più temuta e la più probabile. In Francia e Regno Unito si parla già apertamente di una tassa da 0,02 euro al km. Fate due conti:

    • 10.000 km/anno = 200 euro di tassa
    • 15.000 km/anno = 300 euro di tassa 
      Un meccanismo del genere azzererebbe di colpo il risparmio sul “pieno” che tanto abbiamo decantato (oggi l’elettrico costa circa 3 euro ogni 100 km a casa contro i 12 della benzina) .

    3. Tassa sul valore o bollo auto maggiorato:
    Olanda e Germania stanno già riducendo i benefit fiscali per le auto aziendali elettriche . In Italia, il bollo auto per le elettriche è oggi quasi nullo in molte regioni. Quanto durerà? Poco.

    Il giocattolo si rompe

    Roma ci ha messo la faccia per prima, ma altre città seguiranno. La transizione ecologica, nelle intenzioni dei palazzi romani e europei, doveva essere un sogno. Sta diventando un salasso.

    Il messaggio per chi sta pensando di comprare un’auto elettrica è amaro: non fidatevi dei vantaggi di oggi. Perché se lo Stato vi ha spinto a comprarla regalandovi qualche migliaio di euro di incentivo, domani ve li riprenderà indietro con gli interessi sotto forma di ticket ZTL, tasse al km e bollori folli.

    Le auto elettriche non sono più il futuro esentasse. Sono diventate il bancomat su ruote del fisco che verrà. E il Campidoglio ha appena iniziato a intascare il primo assegno.

  • Ducati DesertX 2026: la seconda generazione dell’adventure bolognese è più leggera, potente e accessibile

    Ducati DesertX 2026: la seconda generazione dell’adventure bolognese è più leggera, potente e accessibile

    La Casa di Borgo Panigale rivoluziona la sua travel enduro con un nuovo motore V2 da 890 cc, telaio monoscocca in alluminio e un prezzo inaspettatamente più basso. Arriva in concessionaria ad aprile.

    A soli quattro anni dal lancio della prima generazione, Ducati ha deciso di stravolgere la DesertX. Non si tratta di un semplice restyling o di un aggiornamento di pari passo: la Ducati DesertX 2026 è una moto completamente nuova, riprogettata attorno al fresco motore V2 e a un innovativo telaio monoscocca .

    L’obiettivo dichiarato era chiaro: migliorare le prestazioni in fuoristrada senza sacrificare il piacere di guida su strada. E i primi contatti con la stampa, avvenuti nel deserto roccioso di Almería, in Spagna, parlano di una moto più matura, agile e controllabile rispetto alla già ottima progenitrice .

    Ma la sorpresa più grande arriva dal listino: la nuova DesertX costa 16.990 euro, ovvero 700 euro in meno rispetto al modello uscente . Un fatto raro nel panorama motociclistico attuale, dove ogni nuova generazione porta con sé quasi sempre un aumento di prezzo.


    Cuore Nuovo: Il Motore V2 con Fasatura Variabile IVT

    Il cambiamento più significativo è sotto la sella. La DesertX 2026 abbandona il monocilindrico Testastretta da 937 cc per abbracciare il nuovo Ducati V2 da 890 cc, il bicilindrico a L più leggero mai realizzato dalla Casa .

    I numeri parlano chiaro:

    • Potenza massima: 110 CV a 9.000 giri/min 
    • Coppia massima: 92 Nm a 7.000 giri/min 
    • 70% della coppia disponibile già a 3.000 giri/min 

    Questo significa una moto che “tira” fin dai bassissimi regimi, fondamentale quando si affrontano salite tecniche o tratti di fango profondo. La tecnologia IVT (Intake Variable Timing) , ossia la fasatura variabile delle valvole di aspirazione, allarga ulteriormente l’erogazione, rendendola fluida in città e grintosa quando si apre il gas .

    Rapportatura Dedicata all’Off-Road

    Ducati ha lavorato anche sulla trasmissione. Le prime quattro marce sono state accorciate per avere una risposta più pronta nei tratti lenti e tecnici, mentre la sesta marcia è stata allungata per ridurre i giri del motore in autostrada, migliorando comfort e consumi nei lunghi trasferimenti .

    Un’altra ottima notizia per chi macina chilometri: l’intervallo per il controllo del gioco valvole è stato portato a 45.000 km (olio ogni 15.000 km), riducendo drasticamente i costi di manutenzione .

    Telaio Monoscocca: Rivoluzione Ciclistica

    La seconda grande novità è il telaio monoscocca in alluminio. Questa soluzione, derivata dalle superbike, utilizza il motore come elemento strutturale e integra al suo interno la cassa filtro dell’aria .

    I vantaggi sono molteplici:

    • Leggerezza: la moto pesa ora 209 kg in ordine di marcia (senza benzina) , con un risparmio di circa 4 kg rispetto al passato .
    • Rigidità: migliora la sensazione di precisione e stabilità alle alte velocità.
    • Manutenzione semplificata: il filtro dell’aria è ora accessibile frontalmente senza dover smontare il serbatoio, un dettaglio molto apprezzato da chi usa la moto spesso su terreni polverosi .

    Ciclistica e Freni: Più Modulabilità, Meno Brutalità

    Le sospensioni sono affidate a KYB, con una forcella a steli rovesciati da 46 mm completamente regolabile e un monoammortizzatore posteriore con leveraggio progressivo Full-floater .

    L’accorgimento più interessante arriva dai freni. L’impianto firmato Brembo monta ora dischi anteriori da 305 mm (in precedenza erano 320 mm) . Pur essendo più piccoli, accoppiati alle nuove pinze monoblocco M4.32 e a una pompa radiale rinnovata, garantiscono una modulazione molto più fine.

    Sullo sterrato, questo si traduce in una minore tendenza a bloccare la ruota, rendendo la guida più sicura per i meno esperti. Su strada, la potenza frenante resta comunque eccellente .

    Elettronica e Connettività da Ammiraglia

    La DesertX 2026 è equipaggiata con la piattaforma inerziale a 6 assi che gestisce una suite completa di controlli:

    • Cornering ABS (4 livelli + Off) 
    • Ducati Traction Control (8 livelli + Off) 
    • Ducati Wheelie Control (antimpennata)
    • Engine Brake Control (freno motore)

    Ci sono 6 Riding Mode (Sport, Touring, Urban, Wet, Enduro, Rally). Le modalità Enduro e Rally sono specifiche per l’off-road e permettono di disinserire l’ABS al posteriore o completamente .

    Il nuovo cruscotto TFT a colori da 5 pollici è posizionato orizzontalmente. Nella modalità Rally, lo schermo si trasforma in un trip master con funzioni da cronometro, utilissimo per la navigazione su sterrato .

    Prezzo, Disponibilità e Versioni

    • Prezzo: 16.990 euro (f.c.) 
    • Disponibilità: già nelle concessionarie italiane da Aprile 2026 
    • Colore: Matt Star White Silk (la versione di lancio) 
    • Patente A2: disponibile fin da subito una versione depotenziata a 35 kW 

    Scheda Tecnica Sintetica

    DimensioneDettaglio
    MotoreBicilindrico a L, 890 cc, IVT
    Potenza110 CV @ 9.000 rpm
    Coppia92 Nm @ 7.000 rpm
    Peso (in ordine)209 kg
    Serbatoio18 litri
    Sella880 mm (riducibile a 840 mm)
    CerchiAnteriore 21″, Posteriore 18″ (tubeless)
    PneumaticiPirelli Scorpion Rally STR
  • Stellantis, l’addio all’impero: ecco il piano FaSTLAne 2030. Marchi ridimensionati, Alfa Romeo declassata e stabilimenti aperti ai cinesi

    Era nell’aria da mesi, ma ora è ufficiale. Durante l’Investor Day tenutosi il 20 e 21 maggio 2026 ad Auburn Hills (Michigan), l’amministratore delegato Antonio Filosa ha svelato il nuovo piano strategico quinquennale: FaSTLAne 2030 . Un nome che evoca velocità, ma che per molti marchi storici del gruppo segna una brusca frenata.

    Dietro i numeri colossali – 60 miliardi di euro di investimenti e 60 nuovi modelli entro il 2030  – si nasconde una riorganizzazione drastica. Stellantis abbandona la logica del “tutti uguali” per creare una gerarchia netta. Il verdetto è chiaro: solo chi produce volumi e margini conta. Gli altri? Regionalizzati, messi in naftalina o affidati ai cinesi.

    La nuova gerarchia: i 4 che comandano (e chi invece scompare)

    Filosa ha suddiviso i 14 marchi in cerchi concentrici, con regole ferree sugli investimenti .

    I Globali (70% degli investimenti) :
    Solo quattro brand riceveranno risorse massicce: Jeep, Ram, Peugeot e Fiat, insieme alla divisione commerciale Pro One . Sono loro che dovranno guidare la crescita globale del gruppo.

    I Regionali (declassati) :
    Cinque marchi vengono “ridimensionati” a realtà locali. Tra questi spicca Alfa Romeo, che perde ufficialmente lo status di globale per diventare un marchio regionale . Non più un’aspirante rivale di BMW, ma una realtà destinata a condividere piattaforme e tecnologie con il gruppo senza più ambizioni mondiali. Insieme a lei, Chrysler, Dodge, Citroën e Opel .

    I “Satelliti” (fine dell’autonomia) :
    Ecco il punto più dolente per gli italiani. DS e Lancia vengono private di qualsiasi indipendenza. DS sarà gestita da Citroën, mentre Lancia passa sotto il controllo diretto di Fiat . Non avranno più una propria strategia di prodotto, ma diventeranno “marche specialità”: di fatto, delle costose sorelle estetiche di modelli Fiat o Peugeot, vendute a un prezzo più alto. Un destino già ipotizzato e ora ufficializzato.

    L’eccezione di lusso :
    Maserati continua a esistere nel segmento del lusso puro, con l’arrivo di due nuovi modelli di segmento E entro il 2030. Un piano industriale dedicato sarà presentato a dicembre 2026 a Modena .

    Abarth e la “svista” del piano

    Una domanda brucia tra gli appassionati: e Abarth? Nel mega-piano da 60 miliardi e 60 modelli, il nome dello Scorpione è inspiegabilmente assente . Una notizia che fa tremare i puristi: il marchio delle prestazioni sembra essere stato momentaneamente dimenticato, o peggio, accantonato in attesa di un destino di nicchia.

    La produzione: stop ai sogni, benvenuti partnership

    Il piano Filosa è anche una resa alla realtà industriale. Gli stabilimenti europei sono sottoutilizzati (attualmente al 60%) e vanno saturati. Come? Con due mosse:

    1. Riduzione della capacità (ma senza licenziamenti diretti) :
    Stellantis taglierà 800mila unità di capacità produttiva in Europa entro il 2030 . Nessun impianto verrà chiuso ufficialmente, ma si procederà a riconversioni (es. Poissy in Francia) e alla condivisione delle linee con i partner .

    2. Apertura ai cinesi :
    Questa è la svolta più clamorosa. Per riempire gli stabilimenti, Stellantis apre le porte ai costruttori cinesi.

    • Dongfeng: Dopo mesi di trattative, è stato annunciato che i cinesi produrranno modelli del loro marchio premium Voyah nello stabilimento di Rennes, in Francia . Inoltre, è prevista una joint venture europea controllata da Stellantis al 51% . Si ipotizza addirittura una futura cessione di asset strategici come lo stabilimento di Cassino, attualmente in forte sofferenza produttiva .
    • Leapmotor: L’alleanza si rafforza. Stellantis condividerà la capacità produttiva negli stabilimenti di Madrid e Saragozza . La Leapmotor B10 sarà prodotta in Spagna già dal 2026 .

    L’obiettivo dichiarato è portare l’utilizzo degli impianti dal 60% all’80% . Il metodo? “Asset-light” in Asia e “produzione per conto terzi” in Europa.

    Cosa significa per il futuro?

    Il “FaSTLAne 2030” segna la fine dell’era in cui ogni marchio doveva avere un’anima e una piattaforma unica. Stellantis diventa un gigante che assembla tecnologie (Nvidia, Qualcomm, Mistral AI per l’AI)  e sfrutta le carrozzerie dei partner cinesi per tenere accesi i motori delle fabbriche.

    Per Alfisti e Lancisti è un colpo duro: i loro marchi non sono più ambasciatori del “Made in Italy” nel mondo, ma pedine di un tabellone regionale.
    Per il mercato, invece, potrebbe significare auto più economiche (arriva la E-Car da 15mila euro a Pomigliano) , ma anche una proliferazione di modelli “clone” venduti con fari diversi.

  • Lancia Gamma (2026): il ritorno dell’ammiraglia ibrida ed elettrica. Prodotta a Melfi, ma il futuro è da satellite di lusso per Fiat

    Lancia Gamma (2026): il ritorno dell’ammiraglia ibrida ed elettrica. Prodotta a Melfi, ma il futuro è da satellite di lusso per Fiat

    Dopo anni di attesa e mille indiscrezioni, Lancia Gamma è finalmente realtà. La nuova ammiraglia del brand, svelata in anteprima mondiale, segna un capitolo cruciale nella rinascita del marchio. Tuttavia, mentre gli appassionati speravano in una rinascita autonoma, i fatti industriali raccontano un’altra storia. La nuova Gamma nasce “gemella” sotto la pelle, ma il suo destino sembra già scritto: trasformare Lancia in un marchio satellite del lusso per Fiat, perdendo buona parte della sua storica autonomia.

    Piattaforma comune: parentela stretta con Peugeot 3008 e DS 7

    La nuova Lancia Gamma abbandona ogni nostalgia meccanica e abbraccia la logica di gruppo. Costruita sulla piattaforma modulare STLA Medium , la vettura condivide segretamente ossa e organi con le nuove Peugeot 3008 e DS 7, oltre che con la futura Opel Grandland.

    • Lunghezza: circa 4,70 metri (ammiraglia del segmento D).
    • Motori: termici mild-hybrid (1.2 PureTech da 136 CV) e full elettrici (da 210 a 320 CV, batteria da 98 kWh per oltre 600 km di autonomia WLTP).
    • Interni: la vera firma Lancia è nel design: sedili “cannocchiale”, plancia sospesa e il nuovo sistema SALA (Sound Air Light Augmentation) già visto su Ypsilon.

    Ma sotto il vestito elegante, la tecnologia è PSA-Stellantis al 100%. Nessun sviluppo meccanico dedicato, nessun motore Lancia. Un boomerang per chi ricordava la tradizione.

    Prodotta a Melfi: l’Italia ci sarà (ma senza identità)

    Buona notizia per lo stabilimento lucano: la nuova Lancia Gamma verrà assemblata a Melfi, in Basilicata, accanto alla Jeep Compass. Un investimento importante che ha richiesto l’adeguamento della linea all’architettura STLA Medium.

    La produzione italiana salva il made in Italy, ma è un’arma a doppio taglio: lo stabilimento è ormai una fabbrica “multimarca” che assembla pezzi comuni per diversi brand del gruppo. La Gamma non avrà una sua linea dedicata, ma uscirà a singhiozzo tra un SUV Fiat e una Compass.

    L’addio all’autonomia: Lancia diventerà satellite di Fiat per il lusso

    La notizia più amara arriva dalla strategia a lungo termine. Fonti interne a Stellantis confermano ciò che molti temevano: Lancia perderà definitivamente la sua autonomia progettuale e ingegneristica. Entro il 2027, il brand si trasformerà in una sorta di “sotto-marchio di Fiat” dedicato al lusso, analogamente a quanto già accade con DS per Citroën.

    In pratica:

    • Fiat produrrà auto utilitarie, crossover e familiari per le masse.
    • Lancia offrirà versioni più raffinate, eleganti e costose derivate da modelli Fiat (o già esistenti Stellantis), con interni pregiati e design esclusivo, cosi come Abarth farà per le versioni più pepate.
    • Nessun modello Lancia unico: ogni futura Lancia sarà una “Fiat premium” ribattezzata per i mercati selezionati (solo Europa, niente Cina o USA).

    Il primo esempio è già sotto gli occhi di tutti: la nuova Ypsilon, nata sulla piattazza della Peugeot 208 / Opel Corsa, ma con un allestimento “luxury” che anticipa il concept. La Gamma seguirà la stessa filosofia: non un’auto pensata da zero per Lancia, ma una gemella ricca della 3008.

    Cosa significa per gli appassionati?

    Per chi ama il marchio, è una doccia fredda. Addio al mito di auto uniche come Delta Integrale, Thema 8.32 o la stessa Gamma degli anni ’80. Benvenuto in un’era di rebadge di lusso, dove la griffe varrà più della meccanica.

    Per il mercato, invece, potrebbe essere una mossa vincente: Stellantis non investe miliardi in un brand di nicchia, ma sfrutta l’appeal Lancia per vendere auto Fiat/Peugeot a margini più alti.

    Scheda tecnica sintetica – Lancia Gamma (2026)

    CaratteristicaDettaglio
    PiattaformaSTLA Medium (Peugeot 3008, DS 7)
    Lunghezza4,70 m
    ProduzioneStabilimento Stellantis di Melfi (PZ)
    Motori1.2 PureTech 136 CV MHEV / Elettrici 210-320 CV
    Autonomia EVfino a 620 km (WLTP)
    Parentele tecnichePeugeot 3008, DS 7, Opel Grandland
    Strategia futuraSub-brand di lusso di Fiat, senza autonomia progettuale

    Giudizio personale

    La nuova Lancia Gamma è un’auto bella, elegante, tecnologicamente moderna. Peccato che non sia davvero una Lancia. È una Peugeot 3008 con altri vestiti, prodotta a Melfi per far quadrare i conti Stellantis. Il futuro del marchio? Non più da protagonista, ma da satellite di lusso al servizio di Fiat. Per alcuni basterà a far brillare il logo. Per chi ama la storia, sarà difficile non sentirsi traditi.

  • Ferrari Luce: Il Cavallino Folgorato? Design Apple, Cuore Elettrico e il tonfo in borsa

    Ferrari Luce: Il Cavallino Folgorato? Design Apple, Cuore Elettrico e il tonfo in borsa

    Cari lettori, tenetevi forte. Quello che stava per succedere era nell’aria, ma nessuno si aspettava un terremoto del genere. Ferrari non ha presentato l’ennesima V12, ma il futuro. O forse un’ucronia.

    È stata presentata la Ferrari Luce, la prima elettrica della storia del Cavallino. E il web è già in fiamme. Perché chi si aspettava una SF90 senza motore si è ritrovato davanti una creatura aliena, nata dalla matita di Jony Ive (il papa dell’iPhone) e capace di far crollare il titolo a Piazza Affari come non accadeva da anni.

    Ecco tutto quello che c’è da sapere sull’auto che sta dividendo il mondo tra innovatori e puristi.

    Il Design: Un’Alienazione Stilistica Firmata Apple

    Partiamo dal visivo, perché è qui che è nato il putiferio. La Luce, nome pensato per sottolineare la svolta elettrica del cavallino, rompe ogni canone del marchio di Maranello.

    Jony Ive, il genio che ci ha regalato l’iPhone, ha fatto piazza pulita delle griglie minacciose e degli spoiler affilati. La Luce è una shooting brake a quattro porte, con un’enorme “serra” di vetro (chiamata internamente glass house) che avvolge l’abitacolo come una bolla .

    I social sono già esplosi in meme feroci: chi la paragona a un’aspirabriciclole, chi alla povera Nissan Leaf o alla riedizione della Fiat Multipla. Cosi come non mancano i meme, come quelli che sostengono che venga alimentata dal movimento di Enzo Ferrari che si rigira nella tomba.
    E in effetti, vederla ferma è uno choc. Non sembra una Ferrari, sembra un concept di Apple uscito da una realtà parallela dove Steve Jobs non è mai morto. Il design è pulito, quasi algido, senza le classiche nervature muscolari a cui eravamo abituati. I fan del cavallino stanno piangendo lacrime di benzina, ma una domanda sorge spontanea: è così brutta o è solo troppo avanti?

    Scheda Tecnica: Quando il Silenzio Fulmina (1050 CV)

    Fermi un attimo. Lasciamo perdere l’estetica e guardiamo i numeri, perché sotto la carrozzeria “soft” si nasconde una belva.

    La Luce non scherza. Sfrutta una piattaforma da 880V (superiore ai 400/800V dei rivali) e monta quattro motori elettrici indipendenti, uno per ruota .

    • Potenza: 1050 CV
    • Accelerazione: 0-100 km/h in 2.5 secondi
    • Batteria: 122 kWh (autonomia 530 km WLTP) .

    Le prestazioni sono da hypercar, ma la vera chicca sta nella filosofia interna. Mentre Tesla e le cinesi riempiono tutto di schermi, Jony Ive ha fatto il contrario. Ha tolto gli schermi.
    Ebbene sì: nella Luce tornano le manopole fisiche, i tasti metallici, le leve. Ive ha dichiarato che guidare un’auto non deve essere come usare un iPad . L’haptic feedback e la fisicità dei comandi sono stati progettati per restituire quel “feeling” meccanico che manca a molte EV. Hanno persino simulato un cambio virtuale e un sound synthesizer per non far sentire troppo “asettica” l’esperienza di guida .

    Il problema è che queste prestazioni non sono il top del mercato, visto che brand cinesi come Byd e Xiaomi hanno le loro supercar che arrivano anche a oltre 1500 cavalli a meno di un quinto del prezzo della Luce.

    Il “Disastro” Finanziario: Perché il Mercato ha Bocciato la Luce?

    Passiamo alla cronaca nera. Il giorno dopo il lancio, il titolo Ferrari è crollato di oltre l’8% in Borsa a Milano . Circa 5 miliardi di euro di capitalizzazione volatilizzati in poche ore.

    Perché? Perché il mercato ha visto quello che i fan urlano sui forum: la paura che Ferrari abbia perso la sua anima.

    Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso sono state le dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo. L’ex Presidente, il simbolo dell’era d’oro, non ci è andato leggero.

    “Se dicessi quello che penso, farei del male alla Ferrari. Si rischia di distruggere un mito.” .

    Montezemolo ha aggiunto con sarcasmo che questa è “almeno una macchina che i cinesi non copieranno” . Una bordata durissima, che ha alimentato il sentimento negativo degli investitori.

    Il Verdetto: Il Caso Più Discusso del Decennio

    La Ferrari Luce è un azzardo clamoroso.
    Jony Ive ha trasformato il Cavallino in un pezzo di design industriale da salotto, togliendogli quell’aggressività animale che amiamo.

    Eppure, forse, era necessario. Il mondo va verso l’elettrico (volenti o nolenti), e Ferrari doveva esserci. Ma la domanda che gira nei garage di mezzo mondo è: un appassionato che compra una Ferrari per il sound e la scossa, spenderà mezzo milione per un’auto che sembra un mouse Apple con le ruote? .

    Voi cosa ne pensate? È la rivoluzione più coraggiosa del secolo o un passo falso imperdonabile?